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La Trasformazione del Territorio

C’ERA UNA VOLTA UN GELSO

IL SOLLIEVO DELLA GUERRA

GIARDINETTI… (ALCUNI ANNI FA)

LA SCUOLA DEI MESTIERI – CENTRO S. ANTONIO

DAL CENTRO S. ANTONIO ALLA PARROCCHIA DELLA RESURREZIONE

IL POST GUERRA E LO SVILUPPO URBANISTICO

PAPA GIOVANNI PAOLO II A GIARDINETTI IN VISITA PASTORALE

STORIA DEL MITICO TRENINO ROMA-FIUGGI E LA COSTRUZIONE DELLA METRO C


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“C’ERA UNA VOLTA UN GELSO”

di Andrea DIMITRI, Stefano NOTARGIACOMO e Isabella DI CHIO

Un albero di gelso: sarebbe come dire la bellezza e l’utilità insieme. E la gentilezza dei suoi fiori e delle sue foglie, tenuti in alto dal possente fusto, sembra portare con se il fascino del lontano oriente. È da lì che viene questa pianta secolare, importata in Europa da una famiglia di mercanti nel XII secolo. E il tempo passa in fretta, ed il vento porta con se i semi in giro per il mondo, finché qualcuno va a finire proprio sotto i tuoi piedi; e ne nasce un giardino.

Cento anni di storia tutto sommato non sono molti, eppure dopo cento anni di quei possenti fusti ne è rimasto uno solo, e dove prima c’erano le radici, oggi le fondamenta tengono in piedi pesanti palazzi. E dentro le case, con i suoi pianti ed i suoi sorrisi, con le sue contraddizioni, e con il fascino, ci siamo noi, la gente del tuo quartiere.

Passo dopo passo le cime dei castelli romani si nascondono ai nostri occhi, mentre nuovi particolari attirano la nostra attenzione. Lasciamo Via dei Giardinetti che sono le 10 di mattina e ci dirigiamo verso il castello di Torrenova; la Casilina, arsa dal sole, ci invade con i suoi rumori, finché, ai piedi della fortezza, giriamo e ci addentriamo in una via di campagna. Un cancello interrompe i nostri passi: vediamo un signore e una signora anziani che siedono in un bellissimo giardino, ci muoviamo ma è inutile: non riusciamo a farci vedere. Finalmente esce un giovane e ci viene incontro. Gli spieghiamo che siamo studenti e vogliamo fare delle ricerche sul nostro quartiere, ci fa entrare e, mentre ci avviamo, il cinguettio degli uccelli si sostituisce ai clacson e ai motori.

“Si, le famiglie del Castello; me le ricordo come un sogno. Stavano in due grossi saloni, alti nove metri e lunghi 13. Vedete quelle finestre? Ecco, erano proprio lì. Poi mio padre ci ha fatto due piani. Quei saloni, loro li avevano divisi con legni e tende, mentre in un angolo c’era un grande camino e lì facevano da mangiare. Erano una ventina di famiglie e ricordo che molti provenivano dalle Marche.”

La signora Migliorelli, in piedi accanto a suo marito che resta seduto, parla con un certo distacco: le sue parole escono di bocca misurate, senza mostrare alcuna curiosità di sapere dove è finita quella specie di baraccopoli. Suo padre, Pio Migliorelli, acquistò il Castello e vicinanze il 19 marzo 1923 da Anna Maria De Ferrari, moglie del principe Borghese, e per lui quella volta fu una grande occasione. Da pochi anni era finita la guerra ed al grido di “terra ai contadini!” molte tenute dell’agro cominciavano ad essere oggetto di invasione.

1903, “i borghesi” residenti del Castello

1900, il Castello

Diventava ormai impossibile per il Borghese, che qui possedeva un immenso latifondo, mantenere indenne quella proprietà. Il 27 gennaio 1920 l’Opera Nazionale Combattenti chiedeva l’attribuzione dei fondi di Sterparone, Passo Lombardo e Vermicino e otteneva in seguito questi ultimi due.

Il fatto faceva precipitare ovunque le vendite, mentre i membri della famiglia Borghese, per salvare i loro possedimenti da altre espropriazioni, il 27 dicembre costituivano una società per la bonifica di Torrenova, che acquistava tutta la tenuta. Qualche anno dopo, con la vendita del Castello, iniziava quel periodo denominato il “grande smembramento”: l’11 agosto 1922 l’Unità due Torri veniva divisa dalla società di cui sopra fra Malchiodi Albedi (Torre Maura) e Sbardella (dall’attuale G.R.A. al Fosso della Torre); il 22 ottobre Conforti comprava l’Unità Torraccio, Parmegiani qualche mese dopo Carcaricola, Romolo Vaselli acquistava Tor Bella Monaca, Diamanti 32 ettari di terreno tra Torrenova e Carcaricola, Nardi Tor Vergata.

Mio padre aveva in progetto di fare del terreno intorno al castello un grande frutteto, e dare il via ad una azienda agricola. C’era già riuscito in un’altra sua proprietà e ora voleva ripeterlo qui. All’inizio aveva 30 ettari di terra, poi molta è stata venduta e parte l’ha presa il Comune per fare la scuola e le case popolari. Lui ha dovuto anche sistemare la casa e quindi cacciare via quelle famiglie.

Ci guardiamo in faccia, proviamo ad immaginare cosa significava vivere 20 famiglie in due saloni, probabilmente senza luce elettrica, senza servizi igienici, e tutti quei confort che oggi consideriamo indispensabili. Un solo camino, due saloni, una porta; significa cucinare nella stessa pentola, avere gli stessi orari, dividere i rumori, i pianti e le gioie. No, forse quello non era un gruppo di famiglie, ma qualcosa di più, una comunità; la comunità del Castello.

Il primo nome che riusciamo a rintracciare è quello dei Vani. Conosciamo la nipote di Giovanni Vani, il figlio di una delle famiglie di Torrenova; ci parla di suo nonno, dice che ha qualche problema con la salute, ma lo convince a parlare con noi.

Quel giorno, prima di sedersi, una signora dalla finestra gli chiede:

“Cosa fa signor Giovanni?” e lui “Eh, vado a cercare i ricordi”. Morirà qualche mese dopo e oggi resta di lui la sua voce incisa su un nastro di un’ora circa. Quel giorno più che un’intervista abbiamo raccolto un testamento di storia. “Allora, da dove vogliamo cominciare, da Torrenova? I miei zii e mio padre abitavano tutti a Torrenova, quì tutta la borgata si è formata proprio da quelle 16-17 famiglie che abitavano al Castello, si proprio dentro al Castello, e non mi ricordo se pagavamo un piccolo affitto, ma comunque una stupidaggine. Lì era tutto abbandonato. Non so se era del principe Borghese o del conte Gavazza, ricordo benissimo, però, che fu comprato da un certo Migliorelli che ci disse di andare via perché serviva a lui. Non ricordo quanti anni siamo stati lì, ma so che prima del 900 già vi abitavamo”.

Inizia a parlare timidamente, quasi mostrando disinteresse, poi però la sua voce sì colorisce, le storie escono fuori una dopo l’altra; ci racconta di quando ha fatto la guerra in Africa, di una volta che tentò di prendere il traghetto per andare a casa ma dovette tornare cinque volte indietro per paura dei bombardamenti, di uno scìmpanzè diventato suo fedele compagno, di una bandiera repubblicana tenuta dentro casa nonostante le minacce dei fascisti. Bisogna fare fatica per fermano e portarlo verso le nostre domande, una storia che sì ripeterà.

“Lì c’era una specie di trattoria, diciamo trattoria, ma allo stato primitivo, la quale fu gestita da mio nonno e mio zio Francescuccio. C’era pane e pasta, vino, poi pizzicheria e quella era una zona frequentata da carrettieri che venivano, si fermavano, mangiavano una pagnottella e poì ripartivano”.

Ci racconta che quei carrettieri furono i primi trafficanti della Via Casilina; scendevano dai Castelli romani, da San Cesareo, Colonna, Palestrina e molti venivano a vendere il vino, altri vendevano piselli, fagioli ed altro. Il loro nome deriva proprio dal fatto che scendevano con il carretto ed il cavallo e rimase tale anche in seguito, quando il tram cominciò a fermarsi a Torre Maura ed i loro animali andarono in pensione. La ferrovia quì fu costruita nel 1914. Probabilmente eseguì i lavori una socìetà belga e inizialmente fu una linea privata secondaria. Nel 1916 la Soc. Anonima per le Ferrovie Vicinali vi apri la linea elettrica Roma-Fiuggi e dal 1934 furono eseguiti i lavori che danno alla linea il tracciato attuale. Il sig. Vani ci racconta che durante quegli scavi furono trovati molti resti antichi risalenti ad epoca romana.

“Noi altri per prendere il tram dovevamo andare a Torre Spaccata, poi allungarono il tragitto e portarono la fermata a Torre Maura, poi da Torre Maura la portarono quì, mi pare nel ‘32. Ma era tutta una storia qui… noi andavamo tutte le mattine all’officina e dovevamo fare tutta quella strada a piedi Non c’era niente qui, proprio niente”.

Ci rimane impressa una cosa di quell’uomo: nonostante il tono della voce decisamente romano, il dialetto raramente intacca le sue parole che escono limpide e comprensibili. Suda un pò quando parla, sembra che riviva ogni istante che racconta, eppure senza provare nostalgia come chi ha riempito in pieno ogni minuto della sua vita. Gli chiediamo di parlarci della sua famiglia.

“Noi siamo stati sempre trasportatori. La mia famiglia faceva i trasporti per conto del Comune di Roma; avevamo circa 20-30 animali, erano muli e cavalli, e con i carretti andavamo al Laghetto, caricavamo i sanpietrini e li portavamo a Roma, al Testaccio. Poi, nel 20-21, quando io avevo 7-8 anni, comprammo le prime macchine, le BL (?). Erano macchine che avevano fatto la grande guerra, quella del 15-18, e poi il governo ce le ha vendute. Avevamo anche qualche autista.”

Facciamo un attimo il punto della situazione: una ventina di famiglie provenienti da posti diversi si ritrovano ad abitare in due saloni del Castello di Torrenova lasciato semiabbandonato dal principe Borghese. In un locale del Castello due fratelli aprono una trattoria, la zona è frequentata da carrettieri e viene costruita la ferrovia. Nel 1923 Pio Migliorelli acquista il Castello e caccia le famiglie, intenzionato a costituire un’azienda agricola. E dopo?

“Fra gli abitanti del Castello c’era anche un parente nostro, Bruno Rigaccini, che aveva un cognato, un certo Francesco Recchia, che si interessò per farci comprare quella zona, ricchissima di gelsi, conosciuta con il nome di Giardinetti. Per fare questo si formò una cooperativa di ex combattenti di cui Rigaccini era il presidente. Quindi dal Castello siamo venuti quì, abbiamo tagliato tutti gli alberi, poi, prima abbiamo coltivato a grano per un anno o due, ed infine abbiamo cominciato a costruire”.

Il 19 luglio 1923, sempre nel periodo del grande smembramento, l’ing. Sante Astaldi acquista Giardinetti, 57 ettari di terreno che poi lottizzerà nello spazio di un anno. Le persone più anziane della zona ricordano il nome di questa persona, eppure non conoscono bene il suo ruolo nel passaggio di proprietà del terreno dal Borghese alla cooperativa. Chiediamo informazioni al signor Vani, ci consiglia di andare direttamente da Rigaccini, tanto più che è a due passi da casa sua.

Bussiamo alla porta di Rigaccini che è tarda sera; ci fanno entrare, sono gentili e interessati al lavoro. Data la loro età relativamente giovane non possono dire molto sulla cooperativa; in compenso ci danno utilissimi cenni sulla vita di allora, la situazione difficile di quelle famiglie, lo stile patriarcale per cui padri e figli con le loro mogli vivevano nella stessa casa; infine ci raccontano un po’ di quando Giardinetti era fatta veramente di giardini, prima che il grigio del cemento si sostituisse al verde degli alberi.

Frugando nel suo armadio, però, la signora riesce a trovare dei documenti e delle foto, forse unici, risalenti proprio a quegli anni e, grazie a loro, riesce a prepararci un suo lavoro in cui ci parla della formazione della cooperativa.

“La proposta di formare una cooperativa venne data da un giovane proveniente dalla città: Bruno Rigaccini (che nel 1920 aveva sposato Elisabetta Vani, primogenita del fù Francesco Vani). Entrando a far parte di questa onesta famiglia il Rigaccini, persona colta, sensibile e altruista, vedendo intere famiglie che arrivavano a Torrenova da

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1933, via di Varvariana

1933, la mietitura

1934, raccolta del grano

paesi lontani, cominciò a pensare a come poterle aiutare e fù così che venne l’idea di formare una cooperativa. Proposta l’idea ai capi delle varie famiglie, queste accettarono con entusiasmo”.

“Iniziò così, con la collaborazione di un suo cognato, Francesco Recchia (appartenente a una famiglia di avvocati), la dura lotta per ottenere dal principe Borghese il terreno tanto desiderato. Ottennero 55 ettari di terra che iniziava dal confine di Torre Spaccata fino a Torrenova. In seguito si acquistarono due ettari per l’aratura; si seminava a frumento, si dava in affitto il terreno per il pascolo ed ognuno dei soci partecipava ai lavori nel migliore dei modi. Fu proprio in questo periodo che il Rigaccini, provando un trattore appena acquistato, si ferì gravemente ad un piede, causandosi una fistola che lo segnò per tutta la vita”. “Intanto il terreno fù diviso per ogni socio e si iniziò a pagare con rate annuali e con prestiti ottenuti presso il Ministero dell’Economia ad un tasso bassissimo. Ogni socio iniziò con i propri risparmi la costruzione di una piccola casa. Il Rigaccini aprì anche un negozio, ma essendo un antifascista per antonomasia, in seguito perse tutto ciò che si costruì con tanto sudore”.

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1953, via dei Giardinetti

1953, la mietitura

1953, la semina

La signora nel suo lavoro non cita affatto Sante Astaldi eppure i documenti che ci da riportano spesso il suo nome e, dopo tante ore di discussione, ci permettono di ricostruire la sua figura.

Disponendo del denaro necessario per comprare il terreno, l’ingegnere svolse un ruolo da intermediario fra il Borghese e la cooperativa che riuscì, grazie ad “aiuti” da parte del Governo, ad ottenere circa 37 ettari di terreno ad un prezzo leggermente superiore a quello stipulato fra Borghese e Astaldi (6 soldi al mq), ma nello stesso tempo notevolmente più basso di quello che praticherà quest’ultimo nella vendita della parte restante dei 56 ettari (probabilmente 18 soldi al mq). La cooperativa, costituitasi nel 1923, prese nel 1924 il nome definitivo di Cooperativa Agricola fra Ex Combattenti Torrenova. Il 18 febbraio 1923, prima quindi che Astaldi comprasse da Borghese, la Cooperativa aveva già requisito detto terreno che lo aveva diviso fra i suoi 19 soci, assegnando a ciascuno 18.484 mq di terreno tranne che un certo sig. Palombini, che ne prese il doppio. Per volontà dei cooperatori ogni lotto si affacciava sulla via Casilina in previsione di un futuro sviluppo della zona ed è interessante notare come ancora oggi, aprendo una cartina stradale del quartiere, le vie principali, parallele a via dei Giardinetti, ci ricordano quella prima suddivisione. Oltre a Bruno Rigaccini, presidente, la cooperativa aveva due fattori (anch’essi cooperatori) che nei primi mesi, prima della suddivisione, si occuparono in modo continuativo della coltivazione del terreno. Uno di loro era Domenico Versari, l’altro era Alfredo Bonanni.

La casa di Cesare Bonanni, 87 anni, figlio di Alfredo, si trova a metà di Via dei Giardinetti, sulla destra andando verso la Casilina. Fa parte di quel gruppettino di case fra le prime costruite, all’inizio tutte basse, e poi rialzate dai figli dei figli, ma che resistono agli attacchi dei grossi palazzi, come ultimi resti di quel paesello che si andava formando alla fine degli anni ‘20.

Bussiamo, ci risponde la figlia, e il suo sorriso ci dice che è contenta dell’idea di sentire suo padre. Lo troviamo immerso nella sua vigna, ma appena ci vede lascia perdere tutto e ci viene incontro. A metà strada si accorge che ha lasciato il tubo dell’acqua aperto e torna indietro. Lo aspettiamo su a casa.

“La cooperativa era formata dal presidente Rigaccini, mio padre e Menghino, che facevano i contadini. Loro due erano addetti al lavoro, avevano qualche vaccherella e poi i buoi. Dopo fu comprata una macchina e con quella si fece male il presidente. La sede stava alla Camera, la vecchia casa che fu una delle prime fatte. Fu Borghese a volerla, sotto c’era la stalla, poi una fontana molto grande e bella”.

Quando parla bisogna fermarlo continuamente e tentare di risalire al vero nome delle tantissime persone che conosce. Dalla sua bocca esce un soprannome particolare per ogni cooperatore: Donato Conti è Coccò, Raffaele De Carli diventa il figlio del Moro, un suo fratello è “il signorino” per il modo originale come vestiva, il sig. Martini diventa addirittura “passaguai”. Ci spiega che l’origine del nome “La Camera” deriva dall’omonimo commendatore che fu il primo affittuario di Borghese. Quel casale fu costruito nel 1922 circa e, essendo uno dei pochi edifici della zona, lì ci si riuniva per chiacchierare e per qualche incontro più serio. La cooperativa è stata progettata proprio dentro quelle quattro mura. Gli chiediamo di parlarci di quei signori. Inizia con Francesco Recchia, il cognato di Rigaccini, che ci viene descritto in modo curioso.

“Lui aveva una botteguccia a Roma, una piccola oreficeria, ma poteva essere benissimo onorevole perché era un parlamentare. Io tante volte andavo a Roma per affari e avevo l’abitudine di andare al Palazzaccio: si andavano a gustare le cause, insomma, e lui conosceva parecchie persone e qui veniva tante volte a fare i comizi per il partito repubblicano. Era molto bravo, ci ha messo tutti quanti in lista e quando poteva ci aiutava”.

“Rigaccini al Castello faceva il guardiano sotto il principe Borghese; girava con il cavallo per i campi, ma ha funzionato poco ed infatti dopo è venuto il guardiano giurato che portava la divisa. Ignazio Vani, invece, venne qui dopo la guerra, si comprò le BL, e noi facevamo a gara per andare a fargli il facchino. Poi al tempo di Mussolini è andato in Africa ed al suo ritorno s’è fatto il bagno alla piscina e, non so come è andata, ma è tornato morto. Il fabbro della zona era Conti Donato; oltre alla casa aveva una baracca che stava dove oggi c’è la farmacia, poi ha comprato la trattoria del Castello e nel ‘29, quando stavano asfaltando la Casilina, fece certi pentoloni di minestre… Quando era fabbro lavorava con Innamorati Cesare, il falegname, chiamato facocchio, che faceva stagionare le barozze. Lavoravano già insieme a Torrenova ed era una macchietta vederli all’opera; quando mettevano i cerchioni alle ruote noi ci mettevamo tutti intorno a guardare: parlavano ciociaro e li sentiva tutto il vicinato. C’era da ridere insomma. De Carli aveva lo sciaraballe quando stavamo a Torre Nova andava a prendere i maestri. Noi la sera, dopo lavorato, mica andavamo a mangiare.., si andava a fare due ore di scuola. – fa una pausa come toccato dalla coscienza – Oddio, qualche volta si sgarava pure… Ed in quella scuola al Castello le scale erano buie e c’erano certi macchioni -. Allora Raffaele aveva questo carretto con il cavallo che dentro era fatto da due sedili lunghi e la sera tardi spesso i maestri si allungavano a dormire. Noi abitavamo al casale di Via Varvariana e quando passava io e mia sorella ci attaccavamo dietro e lui stava sempre a sgridarci”.

È curioso risentire il nastro di quell’intervista: gli facciamo una domanda, lui si ferma un attimo, ma poi riprende come un baleno il discorso dì prima. È un pozzo di storie e su ogni particolare ha sempre qualcosa da aggiungere. Ci parla degli Appolloni e della loro abilità con le macchine agricole; ci dice che prima erano fattori di Parmegiani e poi di Sbardella. Ci parla di Ticconi e Martini che erano vaccari e contadini, dei Cristofanelli che lavoravano con i Vani, gli Acquaroli che trafficavano con i telefoni e Maroni che faceva il muratore. Le famiglie di Giardinetti, però, lo ricordano vagabondo con una bicicletta, quando passava per le case a ritirare la quota dell’acqua. Erano gli anni in cui il campanello ce l’avevano in pochi e quando una persona ti chiamava bisognava scendere, salutarla, scambiare due parole e diventare amici.

“Per l’acqua qui c’è l’acquedotto Botte di Luciano dal nome del vecchio proprietario di Passo Lombardo, dove c’è la fonte. Quell’acquedotto all’inizio era di Borghese in quanto presidente di un consorzio di Torrenova fino al 1923. Io già lavoravo per lui, poi hanno fatto un’assemblea e Migliorellì, successivo proprietario, mi ha tenuto con lui per altri 10 anni. I consorziati, che poi erano i cooperatori, pagavano la sorveglianza e la manutenzione dell’impianto ma non l’acqua, che era gratuita e si andava a prendere a Casale Vecchio, in Via Varvariana. Dopo Menghino Versarì ha fatto il pozzo che ha tutt’ora e ci siamo attaccati, ognuno ha fatto la fontanella propria ed era più comodo. L’acqua di Versari, però, si pagava”.

Mi è rimasto impresso leggere su un libro che al futuro duce, nel 1910, mentre si recava in carrozza ad un comizio a Sesto S. Giovanni, gli accadde di essere ribaltato per incidente proprio in Piazzale Loreto. Quando alle 11,30 di 12 anni dopo, però, Mussolini arrivò all’Hotel Savoia di Roma il suo umore era completamente diverso. Aveva ricevuto da poco la telefonata del Re che gli affidava l’incarico di Presidente del Consiglio e proprio davanti a Vittorio Emanuele avrebbe detto: “Maestà, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”. Anni dopo suo figlio Vittorio apprese quella frase sui libri di storia e, poco convinto, decise un’indagine, ma il padre lo bloccò in partenza con un suggerimento: “Sciocchezze qualche volta ne ho dette, ma quella lì mai”.

“Con il fascismo qui è cambiato qualcosa, ma non molto. Io mi sono fatto gli affari miei e non mi hanno mai dato fastidio. La casa del fascio stava in Via dell’Aquila Reale e dopo il fascismo l’hanno sfasciata i comunisti. Quella casa l’abbiamo fatta noi; il padrone della terra era l’ingegnere Seghi che poi fece il segretario politico, e quella volta cominciò a dire: “tu devi lavorare in questo turno, tu in quest’altro”, anche perché Seghi era una persona precisa. Lavorammo gratis, lui pagava il materiale, anche se poi non si sa come. Era una bella casa, c’era un custode, l’ufficio dove si facevano le riunioni politiche, una sala. Allora poi erano tutti fascisti, anche perché ci dovevi essere pèr forza, e quella volta l’ingegnere Seghi mi volle segnare, sapendo che io non ero tanto…. alla Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, poi mi fecero capo nucleo e mi dicevano: “Quando ti arriva la cartolina rossa devi andare a fare l’adunanza” e mi rompevano le scatole la domenica che dovevo andare a fare l’adunanza”.

Parla di quegli anni con tranquillità. A differenza di molte persone della sua età, non prende nessuna posizione. Per questo omone buono furono vent’anni con qualcun’altro da sopportare, quasi un grattacapo, l’ennesima persona in più con cui dividere la minestra. Ma poi passarono anche quelli, venne la guerra, i negozi e le case rivestirono le vetrate con la carta gommata, oscuramenti e allarme aereo non furono più solo un’esercitazione, fra la gente si diffuse l’idea che il capo stava per abbandonarli. La sera del 10 giugno 1940 il Conte Ciano annotava nel suo diario: “L’avventura comincia. Che Dio salvi l’Italia”.

“Con la guerra qui era un viavai, un macello. Io avevo mezzo sfilatino di pane e non lo mangiavo per darlo a mia moglie. Sono stato due anni disoccupato, mi chiamava uno, poi un altro, andavo a fare qualche lavoretto da Consolini come muratore per chiudere il grano sennò glielo prendevano i tedeschi o da Parmegiani che lo nascondeva dentro le botti di legno. Molti carri sono venuti qui come posteggio, ma non hanno sparato mai. Quando sono arrivati i tedeschi io lavoravo alla Breda, stavo al banco di prova delle armi e li c’erano anche 5 o 6 ricoveri molto grandi. Con lo sbarco degli americani ad Anzio abbiamo visto tanti giovanotti tedeschi piangere perché dovevano andare al fronte. Erano bravi ragazzi, non ci hanno mai dato fastidio.

Noi abbiamo fatto i ricoveri qui; io ci ho dormito tre notti, dopo non ci ho voluto dormire più. I tedeschi dicevano che se devi morire è meglio farlo all’aria. Un ricovero stava alla vaccheria a Via Varvariana, un altro ce l’avevamo noi, poi Ticconi, Marchetti, il Moro e Appolloni. I Vani avevano un ricoveretto, come una grotta, ma nemmeno a tre metri di profondità. I nostri stavano a 13 metri perché i tedeschi avevano detto che le bombe arrivavano fino a 12 metri. Allora non si lavorava e tutti facevano i ricoveri. Bisognava pagare Didomenicoantonio, il pozzarolo di Palestrina che lavorava sempre con noi: era un diavoletto, che gli piaceva il bicchiere di vino, ma che con 20 giorni ti faceva un ricovero.

Quando sono passati gli americani hanno passato tutto a verifica per vedere se c’erano i tedeschi. Io mi trovavo a Frattocchie: i pacchetti di sigarette, le caramelle; li chiamavamo i liberatori”.

Si è fatto tardi, sono due ore che siamo seduti eppure lui è ancora lì che parla. Nella sala arriva la figlia, è ora di andare via, e quando ci alziamo e lui lo comprende ci sentiamo quasi in torto, come se l’avessimo svegliato da un lungo sogno felice. Torneremo altre due volte per chiedere informazioni e chiarimenti e lui avrà sempre la gentilezza e le notizie per riempire i nostri fogli.

Un’altra cosa che ci è rimasta impressa in questo lavoro è stata la descrizione che ci hanno fatto quasi tutti dei soldati tedeschi. Noi, con le nostre teste appena uscite dai libri di storia, ce li immaginavamo con un frustino in mano ed i loro volti inflessibili, sempre pronti a fare del male. Ci hanno descritto dei ragazzi alle prime armi, con gli stessi guai della nostra gente, la stessa paura e voglia di vivere.

“Quando sono arrivati i tedeschi ci hanno levato la casa e ci hanno mandato via. Io avevo un bambino malato e gli chiesi come potevo lasciare tutto. Il comandante mi disse: “Signora Kaputt!” e l’interprete che gli stava vicino disse: “Signora non gli risponda più”. Mangiavano dentro casa nostra e ci facevano lavare le gavette. C’era uno di loro che piangeva tanto. Ci indicava i bambini, ricordava i suoi bambini, e piangeva. Quando sono partiti per il fronte mi disse: “Chissà se lì rivedrò più?” Poi sono tornati tutti indietro, ma lui non c’era. Gli altri si sono nascosti anche nel fienile”.

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La Sig.ra Rosa Maroni del racconto

39, via Orti Poli (oggi via Giardinetti)

1939, Marchetti Luigi

 

Questa triste storia ce l’ha raccontata la signora Maroni Rosa. È nata nel 1912 al Castello di Torrenova ed a 24 anni si è sposata con Marchettì Savino; suo padre, Angelo, era uno dei cooperatori, partecipò alla costruzione della ” Camera” e di molte delle prime case della zona. Ci ha indicato la sua casa la signora Del Frate che abita in fondo a via dei Giardinetti. Davanti alla porta esita un pochino a farci entrare, non sa chi siamo e che cosa vogliamo, poi però si arrende alle nostre richieste. Continua a ripetere che non sa niente e non ha niente da dirci, ma è solo una prova di modestia.

“Quando siamo venuti ad abitare qui io avevo 15 anni e c’erano si e no 7 o 8 case. Poi la zona si è un pò sviluppata. Nel 1928 hanno aperto una caciara, era di Amerigo Macera, che prendeva il latte dai pecorai, ma soprattutto le forme di formaggio fresche e le faceva stagionare. Aveva uno scantinato, una specie di ricovero molto freddo che stava vicino alla pìazzetta, dove oggi c’è la tipografia. A macinare il grano si andava a Capannelle; una volta il mulino stava pure a Torre Spaccata, poi l’hanno tolto. Di forni quì ce ne avevano uno i Titocci a via dei Giardinetti, poi Parmegiani, ma quello faceva parte di un’azienda agricola. Prima della guerra è stata aperta anche una lavanderia, oggi via Turino di Sano: era un bel locale e prendevano i panni da tutte le trattorie e li mettevano in una grande lavatrice”.

Quel che ci è rimasto più impresso di questa signora è la sua tranquillità, la sua voce bassa e serena. Ci parla dei fascisti con il manganello in mano e di un litro di olio di ricino dato a Cesare Innamorati, di quando i ragazzi andavano a fare il bagno in un vascone di un orto vicino e disubbidivano alle loro madri perché sapevano che il padrone li sgridava ma poi dava loro il tempo di prendere anche qualche frutto, delle lenzuola rubate da un carrettiere e di quando per entrare a Roma bisognava passare per il dazio.

“Il dazio all’inizio stava a Torpignattara; c’erano le guardie comunali che salivano sul tram o sul carretto, controllavano quello che uno portava ed eventualmente gli facevano pagare la tassa. Quando siamo tornati qui da Acqua Bulicante, dove eravamo andati quando i tedeschi ci avevano cacciato, lì dove c’era il dazio, a Torpignattara, c’erano tanti morti per terra. Io mi ricordo che vedevo tutte cose verdi che spuntavano dalla terra. Erano le divise dei soldati morti. Una volta hanno mitragliato con gli aerei da Parmegiani ed hanno rovinato le gambe ad una ragazza, mentre altre due sono morte. Stavano infarinando il pane al forno, sono passati e le hanno colpite”.

Più persone ci hanno parlato di un grande bombardamento in cui sono rimaste uccise quelle due signore. Una di loro era la madre del Sig. Magnanti, la cognata di Bonanni, e si chiamava Caterina, l’altra era una donna che lavorava al forno di Parmegiani, ma di cui non riusciamo a conoscere il nome. Un’altra donna perse la vita in uno di quei bombardamenti: si chiamava Maria, era la moglie di Gino Versari, una zia di Appolloni Alberto.

Le ultime due interviste riguardanti il primo cinquantennio di vita della nostra zona le abbiamo fatte ad uno dei vecchi “padroni” della zona, il sig. Conforti, e ad una coppia che ha un negozio di alimentari ai Giardinetti fin dagli anni 30 e ci ha raccontato com’è cambiata la vita del commerciante e della persona in generale da quei tempi ad oggi.

Il sig. Conforti lo abbiamo incontrato per caso andando al Bar di via della Massa Calciana, spinti fino ad uno dei confini della zona dalla ricerca di qualche notizia sul dazio. Lo troviamo con un gruppo di amici seduto intorno ad un tavolino. All’inizio sembra quasi entusiasta di poter parlare e prende la nostra proposta come una possibilità di sfogo, ci racconta tante storie, alcune belle ed altre brutte. Fino all’ultimo si raccomanda perché scriviamo sempre la verità e noi in qualche modo proviamo ad accontentano.

“Il dazio prima c’è sempre stato. All’inizio si trovava a Porta Maggiore, proprio 100 metri prima degli archi. Poi nel 1931 l’hanno portato a San. Marcellino a Topignattara e quindi nel 37-38 circa, comunque prima della guerra, l’hanno messo quì al Km. 12 della via Casilina. Qualunque cosa entrava a Roma ci si doveva fermare, fare la bolletta ed eventualmente pagare; era una tassa sul consumo di Roma. Per cui la carne aveva un prezzo, il vino un’altro, la verdura se era fatta nell’agro romano era esente e così via. Al centro della strada c’era un bilancione per grandi carichi. I dazieri facevano tre turni in quanto era aperto giorno e notte, mentre un motociclista era pronto se qualcuno scappava. Il dazio ha funzionato fino ai primi anni 70 quando è stato eliminato con la riforma tributaria”.

Ci parla della Borsa nera ai tempi della guerra, dei dazieri buoni e di quelli cattivi, di un ladro che per pagare il dazio dovette vendere le galline appena rubate, dì una partita a carte notturna fra il principe Borghese e il conte Gavazza che si giocarono la zona. Ricorda con un po’ di rabbia, rimpiangendo il tempo che non c’è più; ci descrive l’olio di ricino come una punizione troppo buona per chi avrebbe meritato tanti anni di prigione. Lo lasciamo seduto sulla sua sedia, vedendolo tornare felicemente al presente, mentre noi ci dirigiamo verso le nostre case un pò più silenziosi del solito, sicuri di aver imparato qualcosa.

La tappa a casa della signora Lidia e del Sig. Guerrino è una di quelle che ricordiamo con maggior piacere. E non solo perché all’entrata in cucina troviamo subito una tavola imbandita a festa, ma perché è in generale una conferma del clima di cordialità che ci ha accompagnato in ogni suo momento in questa prima parte del nostro viaggio. Così, quando qualche giorno dopo andremo a mettere per iscritto quanto raccolto, ci accorgeremo di dover riempire ancora una volta tantissime pagine: anche qui ci hanno raccontato la loro storia e lo hanno fatto con piacere.

“Durante la guerra qui non c’era niente, 4 case, ed era pieno di armi. C’era invece la miseria, si andava per i campi, aumentava la disoccupazione. Qualche ragazza andava a imparare il mestiere di sarta, ma era una cosa rara, un lusso, perché andavano tutte a lavorare in campagna, a raccogliere le verdure. Dopo i padroni le mettevano sui carretti, le barozze, e andavano a vendere il raccolto ai mercati generali”.

Fanno a gara lei e il fratello per parlare per primi e darci informazioni. Lui ci racconta di quando la domenica andava a Torre Maura a marciare per fare la pre-militare come avanguardista. Lei ricorda di un prigioniero indiano che stava a Villa Marina e si era innamorato di una ragazza di Giardinetti, Maria, e, impacciato con l’italiano, le diceva: “Maria, grande amore io” e tutte le sue amiche si mettevano a ridere.

“Prima della guerra, dal 1936, c’era il tesseramento del pane, dopo, con la guerra venne tesserata anche la pasta, poi l’olio, lo zucchero e tutto quello che si mangiava: il latte per i bambini, i biscotti ecc.. La gente veniva al negozio, faceva la fila, poi ti dava la tessera e ti chiedeva per esempio due etti di pasta; si staccavano allora due bollini si portavano all’annona, incollati su una tessera, e lì, a Via dei Cerchi ti davano un buono per prelevare la quantità consumata dal magazzino che stava a S. Basilio. Allora si usava mettere 1000 bollini dentro ogni busta ed io ne avevo riempite 16 o 17, circa 2 q. di pane. Stavo facendo i conti quando mi rigiro e non trovo più i bollini. All’inizio, infatti, il buono lo poteva prendere chiunque, dopo quelli dell’annona si sono accorti dei furti e li hanno resi nominativi. Quello che mi ha rubato le buste, però, avrà mangiato gratis per tanto tempo”.

Ci dice che ha sempre saputo il suo nome, ma in questi 45 anni non ne ha mai fatto parola con nessuno. Poi ci racconta il resto di quella dura giornata e la fine della storia, con un’ultima frase che, a rileggerla, lascia un po’ di spazio per la riflessione.

“Dopo io sono andata in caserma a Torre Gaia, avevo 14 anni, e di lì mi hanno mandato a Torpignattara dove c’erano i Carabinieri. Sono andata la mattina alle nove e mi hanno fatto uscire alle 16 del pomeriggio. Ricordo che stavo seduta e ogni tanto vedevo una guardia. Ad un certo punto ho detto ad una di loro: ma io sono 6 ore che sto qui… Allora mi hanno fatto la dichiarazione che veramente mi avevano rubato queste buste e con quelle sono andata all’annona. Dopo molto tempo è venuta una verifica: il negozio era piccolo, era tempo di guerra e stavamo solo io e mia madre. Quello dell’annona appena è entrato ha detto: “Ma dove mi hanno mandato?”. Ha visto la sincerità nella miseria”.

Il racconto del sig. Guerrino ha un altro tono. A ripensarci un attimo sembra uno di quei pomeriggi in cui noi ragazzi usciamo tutti insieme, animati dalla stessa voglia di correre, di gridare, un po’ anche di distruggere, magari, però, senza nessuna bandiera, ancora incerti sulla scelta di un idolo. Da un altro punto di vista, però, è anche una pagina di storia del nostro paese.

“Quando è caduto il fascismo io stavo già da tre giorni in licenza. Avevamo un furgone, un Gilera Ottobollo e partiamo e andiamo a Colonna dove c’erano i fascisti che avevano dato la purga a mio padre, ad Attianì e ad altri. Prima di arrivare c’era una salitella e li il furgone s’accappotta. Un macello. Poi appendiamo la bandiera italiana e proseguiamo. Al laghetto c’era un militare della contraerea vestito da fascista. Noi gli gridiamo: “Guarda che è caduto Mussolini” e questo qui si strappa subito tutti i vestiti di dosso. Arriviamo a Colonna gridando: “Addove stanno li fascisti?”, ma esce fuori il maresciallo dei Carabinieri e ci manda via. Noi ancora: “Addove stanno? Viva Badoglio”. Abbiamo girato tutta Colonna ma non ne abbiamo trovato uno”.

È stata l’ultima casa che abbiamo visitato. Ripercorriamo un attimo il viaggio a ritroso: quante cose ci sarebbero ancora da dire, quante storie da raccontare. Come dimenticare in fondo la visita alla Torre del Castello (“Dove probabilmente non ci mette più pìede nessuno da tanto tempo”) e fermarsi a guardare le scalinate, i tetti, le mura che sembrano portare ancora le urla, i sospiri e le paure di 1400 anni di storia. Abbiamo chiesto alla signora Migliorelli se sotto quei mattoni c’è qualche passaggio segreto; ci ha risposto di no, eppure sono in molti a credere che è una bugia. Una sera siamo andati a trovare la signora Ticconi sono ancora vivi in noi quegli occhi resi appena lucenti da una lacrima mentre recitava la poesia che cinquant’anni prima aveva recitato davanti a Mussolini, meritandosi il bacio sulla fronte di quell’uomo.

Un’altra volta abbiamo sentito la storia della signora Marchetti che, ignara del contenuto, consegnò agli americani, nel 44, due pacchi pieni dì soldi, lasciati nella sua casa dai tedeschi in fuga; sembra di vederla ancora, con un sorriso rassegnato, eppure senza rancore: “Oggi forse saremmo ricchi”. Ripensare infine alla visita al vecchio ricovero degli Appolloni, a quelle notti buie passate in quelle nicchie, viste in confronto ai nostri letti. E mentre il tempo passa ci sarebbero ancora tante voci da sentire, posti da visitare, notizie cia ricercare, e, in quelle case sorte sulle radici di un fiore, tante piccole, grandi, lezioni da imparare.

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IL SOLLIEVO DELLA GUERRA

di Andrea DIMITRI, Stefano NOTARGIACOMO e Isabella DI CHIO

Sembra impossibile, eppure la guerra è finita. Con lei finisce il tempo della paura, della tristezza e, forse, anche il tempo della miseria. Alla metà degli anni 40 anche a Giardinetti si tira un sospiro di sollievo. I tedeschi ripartivano per la Germania e tornava la tranquillità. Purtroppo non poterono tornare tutti nelle loro terre d’origine in quanto molti di loro caddero sul campo di battaglia e forse proprio al fianco dei corpi dei nostri soldati. Le persone che vissero quei tempi con loro qui a Giardinetti, dicono che i soldati tedeschi non erano poi così cattivi, erano uomini come altri, persone normali che in qualche modo venivano manovrate da qualcuno o da qualcosa che stava al di sopra. Molti erano padri di famiglia, come lo potevano essere i nostri nonni, timorosi di non poter rivedere i loro figli e la propria moglie. Altri erano ragazzi, ma pur sempre esseri capaci di provare dei sentimenti che molte volte venivano uccisi insieme a loro.

In seguito alla fine della guerra, i molti rifugi costruiti nel nostro quartiere per ripararsi dai bombardamenti vennero chiusi in quanto erano soggetti a continui allagamenti e, tutto sommato, inutili. In questo periodo poterono tornare anche le molte persone che, cacciate dai tedeschi, che avevano sequestrato le loro case, erano state costrette ad alloggiare altrove. E’ dopo il 1948, dunque, il momento, della ricostruzione materiale e morale, che le persone dovettero affrontare. Giardinetti contava allora circa 4000 abitanti ed i problemi non mancavano affatto: la zona necessitava delle infrastrutture che la rendessero vivibile, quali una rete idrica diretta, la scuola, strade transitabili ecc. ed è per questi elementi primari di civiltà che a lungo si batterono gli abitanti del luogo.

In numero delle case cominciava a crescere cancellando man mano sempre più pezzi di terreno coltivato. L’acqua potabile veniva tirata su da pochi pozzi, i quali molte volte rischiavano di essere inquinati dai pozzi neri che aumentavano con le case. La maggior parte delle costruzioni sorgeva ai bordi di via dei Giardinetti e, chi più chi meno conservava una parte di terreno coltivabile. Via dei Giardinetti arrivava fino a Piazza Raimondi ed oltre era tutto coltivato ancora a grano. I ragazzi erano molto più affiatati di adesso, in quanto essendo di meno si conoscevano meglio e forse le condizioni un po’ disagiate della borgata tenevano più unti sia loro che le loro famiglie. Agli inizi degli anni 50 un gruppo di persone cominciò a prendere contatti soprattutto con il Comune di Roma affinchè venisse sistemata via dei Giardinetti, il cui stato era direttamente dipendente dalle condizioni atmosferiche. D’inverno, infatti, a causa delle continue piogge, diventava assai fangosa ed a volte impercorribile. D’estate invece era secca e polverosa. Si richiedeva inoltre che la strada venisse allungata fino ad avere uno sbocco su via del Fosso di S Maura e che la sua larghezza venisse portata da 4 ad 8 metri, come da piano regolatore. Altro problema riguardava l’istruzione. Erano circa 400 i bambini che nel 1953 frequentavano le elementari. Le scuole allora esistenti nei pressi di Giardinetti erano situate una a Torre Maura ed una a Torrenova (Castello).

Per recarsi nelle suddette scuole, i bambini dovevano percorrere un tratto di Via Casilina, la quale era già abbastanza trafficata e quindi pericolosa. Per questo le madri erano costrette, facendo dei turni, ad accompagnare ogni giorno i propri figli a scuola. Il problema più importante ed incombente, restava quello dell’acqua, il cui allacciamento si richiedeva alla Società Acqua Marcia, che tra l’altro chiedeva una cifra non indifferente per dei lavoratori, la maggior parte contadini. Queste richieste venivano effettuate tramite delle lettere scritte solitamente dal signor Del Frate Natale. Alcune erano indirizzate all’allora sindaco di Roma, Umberto Tupini. In queste lettere il signor Del Frate si faceva portavoce degli abitanti della zona per descrivere le condizioni in cui le persone erano costrette a vivere e per fare viva preghiera affinchè questa borgata in via di sviluppo, non fosse dimenticata dagli enti competenti. La serie di lettere rivolte al sindaco di Roma direttamente, iniziò probabilmente nel 1956. Nel 1954 le abitazioni che erano sorte nei primi 300 metri dì Via dei Giardinetti, usufruivano già dell’acqua potabile. Nelle varie istanze presentate alla Società Acqua Marcia da parte dei cittadini di Giardinetti si chiedeva perciò l’allacciamento dell’acqua nei restanti 300 metri. Nel 1957 circa l’acqua del pozzo che alimentava parte degli abitanti (coloro che erano sprovvisti dell’allaccio all’acquedotto) venne dichiarata non potabile dall’ufficio d’igiene, il quale inviò dunque quasi ogni giorno un’autobotte. Tale precario rifornimento, però, oltre ad essere insufficiente, era anche scomodo. D’inverno, infatti, le persone erano costrette ad andare in strada per prendere l’acqua, qualsiasi fossero le condizioni atmosferiche. Inoltre i lavori per la costruzione della rete idrica dovevano essere sollecitati per fare in modo che venissero eseguiti prima di quelli di pavimentazione della strada.

Le case sorte a Giardinetti erano abitate, quasi tutte, da una sola famiglia e non erano cioè affittate ad altre persone. Costruite grazie al sacrificio del capo famiglia e all’aiuto di tutti i componenti, queste abitazioni sono composte la maggior parte da due piani (le prime costruite, soltanto dal piano terra) nel quale viveva il capo famiglia con eventuali figli sposati o altri parenti. Questo tipo di edilizia si sviluppo fino agli anni ‘60 circa. Le case costruite qui rappresentavano per i loro proprietari l’unico bene immobile e considerato quindi un investimento (tra l’altro in una borgata che ancora si sentiva fortemente staccata da “Roma”). Il fatto che la mattina per andare a lavorare al centro bisognasse prendere il “trenino”, segnava la distanza tra la grande città e la piccola borgata poi, man mano che le borgate si ingrandivano, si univano l’una con l’altra e quindi si integravano nella grande città. Prima della costruzione dei grandi palazzi, la vita era molto semplice, ma soprattutto si può dire che veniva vissuta veramente in comune. Gli abitanti di quelle piccole case, per sentirsi più solidali ed un pò meno soli, vivevano gran parte della giornata insieme. Il momento più bello però restava quello della sera, quando dopo una giornata di lavoro, ci si riuniva a casa di qualcuno per raccontare, ognuno al l’altro le proprie esperienze giornaliere e, davanti ad un buon bicchiere di vino, si scherzava e si rideva. D’estate questo tipo di riunione avveniva nel cortile di casa.

Anni 50,  Piero, Sergio, Rossana e Fiorella

1966, Sergio, Renato e Cesarino

Non essendo impedita la vista dalle grandi costruzioni, si potevano osservare i castelli romani che evidenziandosi con le loro piccole fiammelle, apparivano meravigliosi a chi li osservava da lontano, come per esempio da una borgata che non poteva essere certo vista da quei paesi somiglianti ad un presepio. Anche le stelle si potevano osservare contemplare in miglior modo e sembravano ancor più vicine a chi le osservava con tanto interesse ed immensa curiosità. Alla fine degli anni 60 si ha un mutamento riguardo all’edilizia ai Giardinetti. Nuovi terreni vengono acquistati e molti acquirenti sono costruttori che decidono di investire parte del loro denaro nella costruzione di alcuni palazzi per vendere gli appartamenti, i quali non tarderanno ad essere comprati da singole famiglie. Il fatto che degli imprenditori si interessassero a questo quartiere, e che vi investissero dei capitali, indica la crescita demografica che stava già avvenendo, e che sarebbe sicuramente proseguita in futuro. Anche il tipo di edificio a carattere famigliare mutava con il tempo. Cambiavano infatti le possibilità economiche dei privati, e l’evoluzione della borgata stessa portava a costruire palazzi di tre o quattro piani i quali, se erano troppi per i componenti della famiglia, venivano affittati ad altri. En questo periodo, si ha perciò la nascita di questi due tipi di edilizia: il primo, quello dei costruttori, si sviluppò nelle strade strettamente collegate con via dei Giardinetti, soprattutto nella parte interna della borgata (come via degli Orti Poli, Via Fratelli Poggini, Via Angelo Mistruzzi, Piazza M. Raimondi ecc.). Per quanto riguarda la zona della “Camera”, si può parlare soltanto di privati che, emigrati dai propri paesi di origine (soprattutto da Ciociaria, Marche e Abruzzo), hanno avuto la forza di costruire abitazioni, anche di diversi piani, con i propri mezzi, ovviamente per risparmiare. Le persone che abitavano in edifici costruiti da imprenditori, erano forse oggetto di un po’ d’invidia, in quanto avevano, ed hanno, la possibilità di usufruire di posti macchina e di un giardino interno che serve come punto dì ritrovo soprattutto per i ragazzi. Certo fino agli anni ‘50 problemi di posti macchina o di spazi da destinare ai bambini non ne esistevano. In primo luogo perché i possessori di un autoveicolo erano pochi, ed in secondo luogo perché i bambini avevano tutto lo spazio che volevano. Molti campi incolti erano infatti “sede” di partite di calcio o di altri giochi che i ragazzi potevano fare senza alcun pericolo.

Oggi, purtroppo, siamo arrivati a tal punto che nel nostro quartiere non esiste uno spazio verde da adattare a giardino pubblico; e pensare che qualche decennio fa di verde ce ne era molto, forse troppo; si è invece dato il via ad una crescita incontrollata delle abitazioni, costruendo in ogni dove edifici a cancellare quegli alberi che tanto fastidio avrebbero dato alle mura.

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1960, via Alenda

1960, panorama

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GIARDINETTI… (ALCUNI ANNI FA)

di Agapito SIMEONI

Questi succinti e frammentari ricordi, tanto gelosamente custoditi nella mia memoria, sì riferiscono al periodo che va dalla metà degli anni 50 alla fine degli anni 60 circa.

Attraverso il ricordo di come si viveva a Giardinetti, vorrei riuscire a far rivivere soprattutto lo spirito e la mentalità che animavano e regnavano in quel tempo nella nostra borgata. (Per l’esattezza, noi indicavamo con questo nome soltanto la zona che comprendeva Via dei Giardinetti e le strade ad essa collegate).

Tornare indietro con la mente e rivedere con il pensiero ambienti, episodi e fatti vissuti a 10-15 anni di età con gli occhi e l’esperienza dei 40, suscita delle sensazioni contrastanti, penso comuni a tutti, che vanno dal rimpianto e dalla nostalgia per il tempo trascorso così velocemente, al piacere che si prova nel rievocare il periodo più bello e spensierato della vita.

Sono molto grato, pertanto, all’amico don Franco, attuale parroco della Resurrezione di N.S.G.C., per avermene dato l’opportunità.

Il periodo cui si riferisce questo articolo abbraccia un breve lasso di tempo, poco più di una decade di vita, per due motivi: il primo, perché noi (la mia famiglia) siamo venuti ad abitare qui nel settembre 1952, e quindi non potevo spingermi più indietro nel tempo. Il secondo motivo dipende dal fatto che verso la fine degli anni 60 sono intervenuti due fattori, purtroppo inevitabili, che hanno contribuito a modificare irreversibilmente il modo di vivere nella borgata ed il mio modo di pensare e di vedere le cose. Da una parte il notevole sviluppo edilizio e quindi demografico subito dalla nostra borgata nel volgere dì pochi anni si è passati da una edilizia strettamente privata (il piccolo proprietario che costruisce una casa per la propria famiglia), ad una edilizia intensiva e speculativa (fortunatamente non come in altre borgate); si sono costruiti palazzi, anche abusivamente, a scapito degli spazi verdi; se prima di questo boom edilizio ci si conosceva tutti, addirittura per nome, dall’inizio alla fine di Via dei Giardinetti, ora si iniziava a vedere sempre più facce “nuove” e sempre più numerose. Era il segno inequivocabile che la borgata stava crescendo e cambiando.

Dall’altra il passare inesorabile degli anni quando si incominciano ad avere 18-20 anni, si tende ad evadere dall’ambiente in cui si e vissuti fino ad allora, si aprono nuovi orizzonti, si fanno nuove amicizie, si creano altri interessi e improvvisamente ti accorgi che non esiste solamente la “tua” borgata e che quei luoghi e quei personaggi che frequentavi tanto assiduamente non rappresentano più tutta la tua vita e il tuo mondo.

La prima cosa che mi viene in mente, quando ci penso, era l’assetto ambientale caratteristico dei Gardinetti di allora; ricordo, infatti, vaste estensioni di prati, in parte coltivati (grano soprattutto) ed in parte incolti, qua e là qualche casa isolata o case raggruppate e allineate lungo quelle poche strade sterrate, polverose d’estate ed fangose d’inverno, la maggior parte delle quali ad un solo piano, circondate da un fazzoletto di terra, l’orto, che il proprietario coltivava con religiosa e scrupolosa cura, cercando di sfruttano al massimo per ricavarne quanto era necessario per il fabbisogno quotidiano della famiglia: vi coltivava verdure e insalata, qualche vite per l’uva da tavola e da vino, qualche albero da frutta (pesco, fico ecc.) e spesso vi trovavano posto un pollaio, delle gabbie per coniglie e talvolta per piccioni.

Nell’orto il proprietario, coadiuvato spesso da tutti i componenti della famiglia, passava tutte le ore libere, comprese le feste, ripetendo nella piccola proprietà tutti i rituali di un grande podere, stagione dopo stagione: in autunno si vendemmiava e si raccoglievano altri frutti, in inverno si preparava il terreno e verso la fine della stagione fredda e i primi della primavera si piantavano quegli ortaggi che maturavano nella stagione estiva: fagiolini, pomodori, zucchine, patate ecc..

Quasi ogni casa aveva accanto una fontana dal cui rubinetto, tarato e controllato periodicamente dal fontaniere, usciva di continuo un filo di acqua, più o meno abbondante a seconda del canone che si intendeva pagare, e che veniva utilizzata non solo per prendere l’acqua potabile, ma anche per lavare i panni, infatti era costituita da due vasche: in una si insaponavano e nell’altra si risciacquavano.

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Anni 50, la fontana del racconto

La mitica Vespa

1958, via dei Giardinetti

Anche noi ne avevamo una che è stata demolita verso la fine degli anni 60.

Durante la stagione calda, inoltre, la stessa acqua veniva adoperata per annaffiare l’orto; dopo aver praticato, con la zappa, dei solchi di scorrimento nel terreno, il proprietario stappava le vasche e l’acqua, scorrendo in questi solchi, irrigava tutto l’orto.

La sera, sembrava un rito, ed era veramente caratteristico vedere negli orti vicini, come nel nostro d’altronde, il proprietario che, dopo aver preparato il terreno con questo sistema di canali o solchi comunicanti, che raggiungevano ogni angolo dell’orto, rimaneva attento e vigile, con la zappa in mano, a controllare che tutto andasse bene: regolava il flusso dell’acqua, ne rallentava l’ingresso nel solco per far impregnare bene il terreno, apriva un solco a valle chiudendo quello a monte e tutto con un semplice colpo di zappa e senza far disperdere una goccia d’acqua.

A operazione conclusa, quando le vasche si erano completamente svuotate, venivano ritappate ed erano pronte a riempirsi durante la notte per il giorno successivo.

L’estate, oggi come allora, è per i bambini la stagione più bella e desiderata, sia perché le giornate sono più lunghe, ma soprattutto perché si è liberi da impegni scolastici. Noi passavamo l’intera giornata a giocare e si tornava a casa solo per mangiare e per dormire; giocavamo a guardie e ladri, alla guerra, a nascondino, andavamo alla ricerca di pezzi di ferro, di alluminio, dì rame, ecc. per rivenderli agli “stracciaroli” che passavano spesso, una o due volte alla settimana, e con quelle poche lire che ricavavamo (20-30 lire) andavamo a comprare dei cioccolatini, delle caramelle o dei pezzi di liquirizia a forma di pesci (pescetti), che poi mangiavamo con tanto gusto e soddisfazione per il fatto di averli guadagnati con il nostro lavoro.

Comunque, il gioco preferito che ci teneva occupati per la maggior parte della giornata, come per i bambini di tutto il mondo ed in ogni tempo, era il calcio. Se eravamo in pochi si giocava per strada, allora non erano asfaltate e non correvamo certo il rischio di essere disturbati dal passaggio delle macchine; quando invece eravamo più numerosi si andava a giocare in qualche prato lì vicino: non era un vero e proprio campo sportivo (non ce ne erano), ma noi ce lo immaginavamo come tale, due sassi un po’ più grandi erano sufficienti per indicare le porte, le linee di fondo e le linee laterali erano inesistenti, a volte erano indicate da un semplice solco o da un rialzo del terreno, a volte soltanto immaginarie.

L’unico inconveniente cui andavamo incontro, oltre quello di sbucciarci le ginocchia e di macchiarci i vestiti di erba, il che era normale, era quello di sporcarci di escrementi di pecore, che spesso pascolavano in quei prati. Allora era molto facile, e capitava con una certa frequenza, veder passare per le strade un gregge di pecore.

Non sempre si riusciva a giocare con un pallone di cuoio ben gonfio, il più delle volte si giocava con uno sgonfio e rattoppato. Quando, naturalmente, se ne aveva a disposizione uno nuovo, regalato a qualcuno in occasione di qualche festa, si giocava sempre con quello fino a che non si rovinava o si rompeva del tutto.

Vicino a casa nostra, proprio nella stessa strada, c’era un’osteria, ora trasformata in trattoria; un paio di volte a settimana, sempre durante l’estate, veniva un furgoncino per scaricare dei grossi e lunghi blocchi di ghiaccio, che l’oste aveva ordinato e che servivano a tenere il vino e le bibite ben fresche, poiché non aveva la ghiacciaia. Quando il venditore, usando una piccola ascia, divideva un blocco di ghiaccio, perché l’oste ne aveva ordinato mezzo in più, si formavano delle schegge di ghiaccio, più o meno grosse, che cadevano in terra; noi bambini, allora, che eravamo rimasti lì in attesa per tutto il tempo, ci precipitavamo a raccoglierle, come fossero confetti, cercando di accaparrarci quella più grossa, e ce la succhiavamo lentamente cercando di farla durare il più a lungo possibile.

Dopo cena, inoltre, nelle sere d’estate, i genitori si riunivano davanti alle case per godersi un pò di fresco dopo aver sofferto il caldo e l’afa per tutta la giornata; ognuno si portava la propria sedia e si fermava o davanti alla propria casa o davanti a quella del vicino.

Le strade non erano illuminate e ciascuna casa aveva sulla porta d’ingresso una lampadina che veniva accesa per l’occorrenza, ma che riusciva ad illuminare a mala pena solamente lo spazio davanti la casa. Si vedevano allora tante luci sparse nel buio che rischiaravano e lasciavano intravedere in quella penombra gruppi più o meno folti di persone, alcuni più vicini e altri più lontani, che parlavano, scherzavano e ridevano, mentre i grilli facevano da sottofondo con il loro canto continuo, e di tanto in tanto si udiva il grido di qualche bambino che giocava con altri bambini.

Sul tardi qualche mamma incominciava a richiamare a gran voce i propri figli, perché era ora di andare a dormire e, come capita tutt’ora, noi ubbidivamo solamente dopo aver fatto sgolare la madre e così andavamo a letto, ma sempre borbottando e controvoglia. I grandi rimanevano ancora un po’, fino a che non si erano rinfrescati o non avevano finito di bere l’ultimo bicchiere di vino. Quando poi era ora di rientrare, ognuno riprendeva la propria sedia, salutava e si ritirava in casa; a poco a poco tutti se ne andavano e quando non c’era più nessuno, il proprietario di quella casa, che naturalmente era l’ultimo a rientrare, spegneva la lampadina e si tornava nel buio.

Si spegnevano così, man mano, tutte le luci, si smorzavano lentamente le voci fino a che, nel silenzio più assoluto, si sentivano cantare solamente i grilli e sembrava che lo facessero con maggior intensità, e si potevano ammirare in lontananza le moltissime luci, come lucciole, dei paesi sparsi sui Castelli Romani: Frascati, Monte Porzio, Monte Compatri e più lontano Monte Cavo.

Di piscine neanche a parlarne, ma anche ora non è che ce ne siano poi tante; c’erano però dei grossi e capaci “vasconi” dove si raccoglieva l’acqua che sarebbe poi servita per l’irrigazione dei campi; uno di questi vasconi era dietro il campo sportivo delle parrocchie, grosso modo nelle vicinanze di Via Orti Poli; ebbene, quelli fungevano da piscine, molti ragazzi, specialmente i più grandicelli, vi facevano il bagno, di nascosto però e all’insaputa del contadino, il quale, quando se ne accorgeva, accorreva e faceva scappare tutti, che per la fretta di fuggire per non essere acciuffati, non facevano neanche in tempo a rivestirsi, ma si vedevano scappare in ogni direzione, vestiti solamente di un paio di mutande e con i vestiti in mano, mentre il contadino infuriato correva dietro di loro urlando e sbraitando.

Puntualmente, quasi ogni anno, arrivava qualche piccolo circo equestre, di solito giungeva alla fine dell’estate e rimaneva fino all’autunno inoltrato, erano pressappoco sempre gli stessi e di alcuni ricordo ancora il nome: “Circo Saltanò”, “Circo Demar”, “Circo Pellegrini” ecc. Allora quasi tutte le sere ci si recava, accompagnati dai genitori, a vedere lo spettacolo del circo, che in realtà offriva sempre le stesse attrazioni e gli stessi numeri: acrobazie, giochi, farse ecc.; infatti, gira e rigira, lo spettacolo, che durava circa due ore, era sempre lo stesso, ciò nonostante, però, ci si ritrovava ugualmente tutti su quelle poche gradinate del circo. Erano circhi a conduzione familiare, non c’erano belve feroci, artisti internazionali, ma qualche asino ammaestrato che correva attorno alla pista, saltando piccoli ostacoli, qualche cagnolino che si alzava sulle zampe anteriori e tutti i componenti della famiglia che si alternavano a fare un po’ di tutto, dagli acrobati ai pagliacci. Erano sempre strapieni di gente entusiasta.

Durante la stagione fredda si passavano le serate chiusi in casa, riscaldati da una stufa a legna sistemata in cucina e che serviva anche per cucinare, insieme alla famiglia o con qualche vicino. I grandi parlavano del più e del meno, o ascoltavano la radio, noi piccoli giocavamo, o ascoltavamo i discorsi dei grandi in silenzio, un po’ annoiati e insonnoliti. Non c’era ancora la televisione, e quando furono messi in commercio i primi apparecchi TV erano ben poche le famiglie che potevano permettersi il lusso di acquistarne uno.

Quando andavano in onda i programmi molto seguiti, come “Lascia o Raddoppia”, “li Musichiere”, “Il Festival di Napoli”, “Il Festival di San Remo” o qualche film, queì pochi fortunati possessori di un apparecchio TV venivano letteralmente invasi dai vicini di casa.

Le camere da pranzo si trasformavano allora in tante piccole sale cinematografiche, gli adulti si sistemavano a semicerchio in una o più file davanti alla TV, ancora in bianco e nero, noi più piccoli ci sedevamo o per terra, davanti a tutti, o in braccìo ai genitori. Qualcuno, specialmente gli ultimi arrivati, era costretto a portarsi la sedia da casa, perché chi aveva il televisore non era obbligato a comprare le sedie per tutti i vicini.

I programmi per bambini erano scarsi e di poca durata, circa mezz’ora, ma erano molto apprezzati e seguiti; ricordo con molto piacere la serie di “Rin-tin-tin”, “Penna di Falco”, “Tarzan”, “Ivanohe” e “Stanlio ed Ollio”, quest’ultimo famoso anche oggi. Quando il pomeriggio venivano trasmessi questi programmi si andava alla disperata ricerca di un televisore acceso ed era un continuo bussare alla porta da parte di bambini che chiedevano di poter vedere la televisione.

Non esistevano supermercati, i negozi erano ben pochi (specialmente di alimentari), il resto dei commercianti erano ambulanti, nel senso che andavano a vendere le loro mercanzie girovagando o con carrettini a mano o con dei camioncini adattati, passando di strada in strada e facendo le cosiddette “poste” fisse a giorni alterni e stabiliti; quando si fermavano, per avvisare che erano arrivati, gridavano in modo caratteristico le loro specialità. Ad ogni ambulante uscivano di casa non solo le donne che dovevano o volevano comprare qualcosa, ma anche coloro che non avevano bisogno di niente e uscivano solo per curiosare; attorno ad ogni ambulante si formavano così dei capannelli di persone, specialmente donne e bambini. Per le scuole era un problema, non c’erano ancora né le scuole medie né le superiori, (le più vicine si trovavano a Centocelle), né le elementari, se si esclude quella fatiscente e pericolosa sistemata nel Castello di Torrenova e frequentata soprattutto da bambini di Torrenova, del Dazio e della Camera. Noì eravamo costretti, pertanto, ad andare alle elementari a Torre Maura, che allora era più grande e sviluppata dei Giardinetti, vi erano infatti gia le scuole elementari, sia comunali che private (la scuola delle suore di Nostra Signora del Suffragio, frequentata anche dal sotto- scritto), il mercato e la Parrocchia di S. Giovanni Leonardi, che era anche la nostra Parrocchia.

Andavamo e tornavamo da scuola a piedi, di rado con il tram, eravamo parecchi bambini e non venivano tutte le mamme ad accompagnarci, (sarebbe stato uno strapazzo eccessivo per loro), ma facevano a turno, per cui c’era ogni giorno una madre diversa che accompagnava e riprendeva da scuola una schiera di ragazzini, circa una decina.

Le scuole medie e quelle superiori, invece, erano molto più distanti, a Centocelle, a Torpignattara o addirittura a Roma centro, e bisognava pertanto prendere il tram (trenino) che collegava e collega tutt’ora Grotte Celoni con la stazione Termini. Ricordo che il trenino era di colore marrone, le porte non erano a chiusura automatica e centralizzata come oggi, ma rimanevano sempre aperte; al massimo erano dotate di un cancelletto che, volendo, sì poteva chiudere manualmente.

Passavano ogni 20-30 minuti circa, per cui erano sempre stracolmi dì gente, specialmente nelle ore di punta del mattino, quando si trovavano contemporaneamente operai e studenti, tanto che molti passeggeri erano costretti a viaggiare aggrappati alla porta.

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Trenino anni 60

Trenino anni 90

Ricordo molto bene l’inaugurazione della Parrocchia della Resurrezione di N.S.G.C.; era il mese di marzo del 1963, e non c’era ancora la porta d’ingresso, al suo posto c’era solamente una tenda di color rosso. Da parecchi anni si parlava ormai tanto della costruzione di questa nuova Parrocchia, che quando iniziarono i lavori e fino al loro completamento, noi, di tanto in tanto andavamo a curiosare per vedere lo stato dei lavori.

A noi, però, che ripeto abitavamo a Giardinetti propriamente detta, la Parrocchia appariva molto lontana; in realtà era veramente distante e scomoda da raggiungere, infatti per andarci non c’era neanche una strada (Via Turino di Sano, Via Fratelli Poggini, Via Emiliano degli Orfini dovevano ancora venire) e per recarci a messa dovevamo passare per uno stretto viottolo che iniziava da Via dei Giardinetti (sarebbe stato in seguito il tracciato dell’attuale Via Turino di Sano); i primi cento metri circa erano abbastanza agevoli, poi ci si doveva inoltrare nel viottolo in aperta campagna, non senza dopo aver superato prima un vecchio reticolato di filo spinato, che dopo un pò di tempo venne rimosso.

Come dicevo prima, la nostra Parrocchia era S. Giovanni Leonardi a Torre Maura, ed è lì che tutti noi abbiamo fatto la Prima Comunione e la Cresima, è da lì che venivano i sacerdoti a benedire la casa durante il periodo pasquale; per le messe domenicali, invece, andavamo al Centro S. Antonio, dove, come oggi, c’era un centro di avviamento professionale e allora c’era un enorme caseggiato, demolito alcuni anni fa, dove coabitavano molte famiglie (sfollatì, sfrattati ecc.).

Anche se questi miei ricordi sono personali ed il racconto risulta ovviamente incompleto, spero comunque di aver reso sufficientemente l’idea di come si svolgeva la vita nella nostra borgata in quegli anni.

I più giovani l’avranno trovato noioso, i miei coetanei (quarantenni) ci si saranno sicuramente riconosciuti e ritrovato e avranno rivissuto, divertiti, momenti della loro vita passata.

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LA SCUOLA DEI MESTIERI – CENTRO S. ANTONIO

La prima scuola sorta a Giardinetti è il Centro S. Antonio, un centro di formazione professionale attualmente diretto dalla Regione Lazio. Quello che possiamo vedere noi oggi è soltanto ciò che è rimasto di un complesso edilizio sorto circa una quarantina di anni fa. Dietro l’attuale centro esisteva un edificio di quattro piani, che in seguito venne demolito. Molte perplessità nascono dalle contrastanti versioni raccontateci sull’origine di quell’edificio da tempo scomparso.

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Nella foto di sinistra si vedono l’Oratorio e il campo di calcio, in quella di destra mostra l’edificio, poi demolito, che ospitò le 60 famiglie che furono colpite dall’alluvione del Polesine nel novembre del 1951 , alle spalle, della stessa struttura, c’è la Scuola dei Mestieri, tutt’oggi esistente.

Molto probabilmente fu Costruito dalla Pontificia Opera d’Assistenza sul terreno del Comune di Roma, in occasione dell’Anno Santo del 1950. Sarebbe stato quindi un alloggio per i pellegrini che, in occasione dell’anno santo, vennero a Roma da tutto il mondo; fu poi alloggio di persone colpite dall’alluvione del Polesine, nel novembre del 51. Un’altra versione afferma che nella seconda guerra mondiale il complesso del Centro S. Antonio era una fonderia di alluminio, chiusa in seguito per fallimento.

Nel 1952 il Centro S. Antonio viene dato in affidamento alla POA, pur restando di proprietà del Comune. In seguito a questo passaggio, la POA decide di organizzare dei corsi di addestramento professionale gestiti da frati (Padri Giuseppini). I frati si occupavano della parte amministrativa e dirigenziale, compreso l’insegnamento in materia di cultura generale e religione. Essi erano affiancati e coadiuvati da insegnanti che si occupavano della formazione prettamente professionale, insegnando i vari mestieri sarti, calzolai, ceramisti, falegnami, forgiatori, motoristi, termoidraulici e tufisti. Nel 1970 vengono istituiti anche dei corsi specifici per portatori di handicap e questo avvenne dopo che la gestione del centro passò dalla POA all’ENAP, un ente morale sempre a carattere religioso. Nel frattempo, già da qualche anno, l’edificio retrostante l’attuale scuola era stato demolito.

Quell’edificio infatti era arrivato ad ospitare circa 60 famiglie che vivevano in mini appartamenti di un paio di stanze ciascuno ed avevano i servizi igienici in comune. Questo stabile veniva occupato ormai da ogni sorta di persone, dagli sfollati agli sfrattati e soprattutto da gente poco affidabile che faceva il proprio comodo rendendo ingovernabile l’edificio. I vari problemi si cumularono e si aggravarono a tal punto che questo edificio venne raso al suolo. Prima della costruzione della parrocchia della Resurrezione, al Centro S. Antonio vi erano anche delle suore che sin dall’inizio dei corsi erano presenti al Centro per dedicarsi alla mensa e alle pulizie. Quella che fu affidata alle suore in quel periodo fu una vera e propria missione. Per un certo periodo esse si occuparono di educazione cristiana delle giovani. Dal 1970 al 1978 ci furono anche dei corsi di telegrafisti, frequentati sempre da ragazze. I corsi per handicappati istituiti nel 70 erano per ceramisti, falegnami ed ortofrutticoli. Dal 1980 questi speciali corsi hanno assunto la denominazione di sperimentali, in quanto dopo uno o due anni circa i ragazzi vengono inseriti in normali corsi, avendo così la possibilità di ottenere un attestato come gli altri alunni. Attualmente questi ragazzi handicappati, tramite il Comune di Roma, alla fine dei corsi possono andare a lavorare in aziende pubbliche (ATAC- ACEA) essendo però sempre seguiti da istruttori del centro. Grazie al racconto di alcuni istruttori vissuti a lungo in questa scuola, prima come alunni e poi come insegnanti, siamo riusciti a comprendere come all’interno di questo istituto la vita svolta potesse essere tanto diversa da quella svolta attualmente. Ci sembra di comprendere che il Centro S. Antonio fosse una sorta di collegio, di scuola e di comunità; e anche se questi tre termini all’apparenza possono avere un significato comune, in fondo hanno delle caratteristiche ben distinte. La giornata scolastica durava dalle 8 alle 16.30, comprendendo studio, lavoro e preghiera. Il pranzo, anche se esiguo, era molto importante, anche perché non vi era altro ed i molti ragazzi, che non venivano soltanto da Giardinetti ma anche da paesi come Zagarolo, San Cesareo o dai Castelli Romani, alla sera, quando andavano via, avevano anche la possibilità di portare con se quella rosetta che magari non avevano mangiato a pranzo. Come mezzo di trasporto c’era il trenino che, per alcune corse giornaliere, era riservato esclusivamente ai ragazzi che venivano accompagnati e controllati da uno o più incaricati. Si può dire che la giornata di questi ragazzi, soprattutto d’inverno, venisse trascorsa interamente a scuola, ed appunto per questo il centro era attrezzato affinché i ragazzi potessero avere del tempo da dedicare allo svago. Figura importantissima è stata quella di Padre Francesco, comunemente e bonariamente chiamato da tutti Padre Checco. Padre Checco è colui che più a lungo è stato vicepreside. Le testuali parole dei suoi ex alunni lo descrivono così: “Era colui che si occupava della disciplina, si interessava dell’organizzazione per quanto riguardava i ragazzi, li seguiva in modo scrupoloso ed autoritario; basti pensare che era un tenente cappellano degli alpini. Era proprio squadrato, però effettivamente nonostante la sua rigidità e forse inconsapevolmente gli si voleva tutti un gran bene”.

Durante l’intervallo non voleva che i ragazzi studiassero; diceva: “vai via, vai a correre”. Il centro era molto più attivo; padre Checco aveva istituito una sala dove c’era il ping pong, il biliardino, la dama, gli scacchi, la sala di lettura e tutto era organizzato per filo e per segno, con orari da rispettare rigidamente. Oltre al mestiere, un ragazzo imparava veramente a vivere, a stare nella società in modo civile. Dovevi essere un meccanico attrezzista, ma cristiano e buono soprattutto. Padre Checco badava che i ragazzi tenessero un comportamento preciso e regolare, voleva il rispetto della persona su tutto e se vedeva due ragazzi che si picchiavano, allora si che erano dolori! Se litigavi a parole non interveniva, ma quando gli passavi vicino, con uno sguardo ti faceva capire che avevi sbagliato“. Questi i frammentari racconti della vita di Padre Checco che stette al Centro fino al 1978 e che purtroppo è morto da diversi anni. Era conosciuto da molte persone qui ai Giardinetti, infatti finché non venne costruita la Chiesa molte persone andavano dai frati del Centro. Sempre nel periodo in cui c’erano i frati, venne istituita la festa dell’Immacolata, importantissima e molto particolare. La sua singolarità derivava dalla funzione che essa aveva. A questa festa, che veniva fatta al Centro, partecipavano tutti gli ex allievi e ci si ritrovava quindi tutti insieme. I ragazzi che tornavano da ogni parte potevano così essere seguiti anche nel mondo del lavoro. Raccontavano le loro esperienze lavorative e si scambiavano offerte di lavoro. Anche per gli insegnanti c’era la possibilità di sapere che fine avevano fatto gli alunni, i quali erano ormai diventati quasi come figli per loro. Alcuni insegnanti a volte arrivavano a rivestire il ruolo di genitore per quei ragazzi che avevano la sfortuna di essere orfani. Concludendo con le parole di un istruttore del Centro possiamo dire che: “Prima era un sistema di vita diverso, i ragazzi erano molto più attaccati a questa scuola ed oggi invece se ne vanno e non sai più che fine fanno, malgrado noi cerchiamo di aiutarli il più possibile, forse anche in base a quell’insegnamento che Padre Checco con tanta serietà, ma con tanto amore, ci ha trasmesso”.

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DAL CENTRO S. ANTONIO ALLA PARROCCHIA DELLA RESURREZIONE

Prima ancora della nascita della Parrocchia della Resurrezione, il centro di culto nella nostra zona era costituito dal Centro S. Antonio. Ospitarono per un po’ di tempo gli alluvionati provenienti dal Polesine; le famiglie ospitate arrivarono fino ad un massimo di 60; successivamente ad alcune di esse fu data un’abitazione, mentre ad altre furono consegnate 300.000 lire in contanti per andarsela a costruire per proprio conto… L’ospitalità venne meno in quanto l’edificio dove le famiglie alloggiavano doveva essere abbattuto. Ma sentiamo dalla voce di suor Addolorata i fatti più curiosi, i paesaggi più caratteristici di una zona che, oggi, non si presenta più come 37 anni fa: suor Addolorata, delle 60 famiglie che ospitava il Centro S. Antonio, ne ricorda qualcuna?

“Alcune sono ancora qui. Ma a proposito dell’ospitalità che demmo alle famiglie sfollate a causa dell’alluvione del Polesine, ricordo un episodio molto particolare: un giorno, affacciandomi alla finestra, vidi una signora anziana che era alla fermata dell’autobus e piangeva. Vista la situazione mandai delle ragazze a vedere cosa fosse successo. Questa signora aveva un fagotto con un gatto che si apprestava a portare a Piazza Vittorio in quanto altre famiglie non volevano che lo tenesse in un ambiente di fortuna e molto affollato. Questa signora è ancora viva ed abita qui a Giardinetti”.

Cosa ricorda dei primi giorni che è arrivata in parrocchia?

Dei primi giorni che sono stata qui sai cosa mi ricordo? Sei stato tu adesso da Vitti? Hai visto quel pezzo che è lì, pieno di frutta? Ecco, questa pianura davanti alla parrocchia era tutta frutta, in mezzo c’era una casa abitata dalla famiglia Chetichelli, con un grande giardino di uva, in parte fichi ed altri prodotti ortofrutticoli. A via degli Orafi c’era solo un viottolo che si attraversava a piedi e che costeggiava questo giardino di frutta. La via Casilina era una bella fila di castagne, castagne selvatiche e sai quando c’era un po’ di traffico? Il primo dell’anno, il primo maggio e solo nei giorni di festa. Successivamente siamo arrivati al punto che quando noi suore eravamo raccolte in preghiera e c’era qualche finestra aperta, non riuscivamo a capire niente per il rumore”.

La messa veniva celebrata solo al Centro S. Antonio?

No, c’era anche una cappella mobile mandata dalla Pontificia Opera di Assistenza, che ci permetteva di celebrare la messa a Carcaricola ed al Fosso di S. Maura, naturalmente quando le condizioni metereologiche lo permettevano”.

Al Centro S. Antonio era stato allestito un corso di formazione professionale al quale partecipavano ragazzi e ragazze; lei ricorda qualcuna delle sue ragazze?

“Ne ricordo tante” e rivela un aneddoto curioso riguardante i suoi allievi: “I ragazzi e le ragazze che venivano da Torpignattara partivano con due trenini distinti, ma durante il tragitto facevano di tutto per incontrarsi, cosicché si è formata anche una coppia che ancora oggi viene a trovarci”.

Oltre alle ragazze di Torpignattara c’erano anche giovani provenienti da Giardinetti; chi ricorda?

“Ricordo le sorelle Appolloni, che erano in maglieria ed adesso una di esse fa la maglierista”. Quando hanno iniziato a costruire la Parrocchia della Resurrezione? “La costruzione è iniziata intorno agli anni 60 e ricordo che delle ragazze andavano a giocare nei pressi della nuova parrocchia in costruzione e c’erano solo le fondamenta. Quando l’edificio cominciò a delinearsi si avvicinarono ancora di più e supposero la costruzione di scuole. Non sapevano che, invece, doveva essere costruita una parrocchia, anche se la scuola venne effettivamente costruita. Io arrivai nella nuova parrocchia nel 1971 ed insieme alle suore andarono via dal Centro S. Antonio anche i padri giuseppini, cosicché il Centro smise di essere il cardine dell’attività pastorale nella zona. I primi giorni dovevamo stare al buio la sera, ma successivamente tutto si sistemò grazie a Don Romano”.

LA NASCITA DELLA PARROCCHIA

Il 3 marzo ’63 nasce la parrocchia della Resurrezione di N.S.G.C. a Giardinetti, sotto la guida del parroco Don Romano

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1962,  la Chiesa in costruzione

Avvantaggiato, giunto il giorno prima, ad inaugurare la chiesa con il cardinale provicario Traglia, quando ancora mancavano le porte e alla casa, appena conclusa, faceva compagnia il recinto che delimitava la proprietà.
Il primo battesimo fu celebrato con l’aiuto di una bacinella che sopperiva alla mancanza del Fonte Battesimale! La parrocchia era il centro attorno al quale si muovevano diverse comunità: vi venivano svolte infatti numerose attività.


Nel ‘64 l’evento principe fu la festa parrocchiale organizzata in modo tutto artigianale. Articolata in tre giorni di festeggiamento si concludeva con una processione molto bella che terminava con un grande raduno nel piazzale della chiesa. Nel ’65 si contarono almeno 3000 persone presenti nel piazzale.

L’anno 1973 segnò un passaggio storico per la parrocchia di Giardinetti. Il 5 marzo 1973 fu creato cardinale Ugo Poletti e la città di Novara, onorata per la nomina, invitò il neocardinale in visita. In questa occasione il Vescovo, Monsignor Del Monte, chiese al cardinale cosa potesse fare come omaggio la diocesi di Novara per la sua creazione. Il cardinale propose l’attuazione tra le diocesi di Novara e Roma delle proposte del Concilio: “I Vescovi, in universale comunione, offrano volentieri il loro fraterno aiuto alle altre Chiese, specie le più vicine e più povere, seguendo l’esempio dell’antica Chiesa”. Questa collaborazione era necessaria soprattutto nella Diocesi di Roma, data la scarsezza di sacerdoti. Mons. Del Monte accettò la proposta.

CON L’AMORE DOVE LE STRADE NON ARRIVANO

di Don Romano AVVANTAGGIATO

Prima dell’apertura della nuova parrocchia, la gente andava nella cappella del Centro S. Antonio, un centro di addestramento professionale tenuto dai Padri Giuseppini per conto della Pontificia Opera di Assistenza. Prima era questa cappella che faceva da vice-parrocchia a quella centrale di S. Giovanni Leonardi a Torre Maura.

Quella prima domenica, però, la cappella improvvisamente si svuotò, perché tutti vennero nella nostra chiesa, diciamo pure con un certo disappunto anche dei Padri Giuseppini, i quali credevano che la costruzione della nuova chiesa fosse inutile, data la loro presenza. La cappella era, però, in un salone molto vecchio e fatiscente, mentre invece la nuova chiesa attirava molto non solo per la novità, ma anche per la modernità della costruzione. Poi «erano tutte queste grandi aule a disposizione, questo grande fabbricato, che però era isolatissimo, perché stranamente la chiesa parrocchiale, con tutto il complesso, erano stati fabbricati in un posto poco adatto per quel tempo, in una zona dove non c’erano case, quindi con un grandissimo vuoto intorno.

Probabilmente, però, la scelta fu oculata, perché poi in seguito, come si è verificato, si è riempito il tutto con costruzioni nuove e la chiesa oggi si trova al centro, mentre a quel tempo, invece, era decentrata rispetto ai piccoli centri abitati locali. Proprio per questo noi dividemmo la parrocchia in più zone, di cui ne cito alcune: per esempio la zona di Giardinetti, che era attorno alla via dei Giardinetti, la zona chiamata “La Camera” che era un pò attorno a via Alenda, poi un’altra zona era quella in fondo a via Giovanni Duprè, ma a quel tempo la via Giovanni Duprè non aveva ancora il toponimo, quindi era una grande via….meglio una strada di terra abbastanza larga per quei tempi, che portava in fondo ad un agglomerato di case; un’altra zona era quella di Torrenova, che era attorno al castello; un’altra zona ancora era quella attorno alla chiesetta di Tor Vergata, dove oggi è sorta un’altra parrocchia. Infine c’era un centro che verteva intorno a via Varvariana ed un altro ancora stava all’inizio di via di Torrenova, perché a quel tempo la parrocchia era delimitata non dalla via Casilina, ma dalla ferrovia Roma-Fiuggi, quindi c’era un pezzetto che poi praticamente era l’unico abitato, al di là della Casilina, fino alla ferrovia. La suddivisione l’avevamo fatta proprio noi per arrivare meglio ad un’asistenza pastorale ed in ogni zona avevamo trovato un responsabile. I centri di culto erano non soltanto in parrocchia, ma c’era un altro centro di culto nella chiesa del castello che, a quel tempo, era ancora officiata, un altro in un negozio che prendemmo in affitto a via Angelo Bianchi. Fra i responsabili c’era un certo sig. Riccardi, che abitava in fondo a via Giovanni Duprè, era un assistente edile ed aveva anche delle figliole, una delle quali era catechista; un’altra era la signora Eugenia Cappelloni, celeberrima, un’altra ancora era una famiglia di Torrenova, di cui non ricordo il cognome, ma adesso ha cambiato casa ed io l’ho incontrata più volte anche dopo che sono andato via da Giardinetti; poi a Giardinetti c’era la signora Del Frate che aveva il figliolo portatore di handicap, che è morto poco tempo fa. Noi calcolammo a quel tempo circa 10.000 abitanti, ma sparsi in un territorio vastissimo, dal quale oggi sono venute fuori, penso, tre o quattro parrocchie. La suddivisione non era di carattere giuridico, perché la parrocchia era una soltanto ed il parroco sempre lo stesso, però tutte le zone avevano un sacerdote responsabile, che era uno dei viceparroci e poi aveva un responsabile laico che teneva i collegamenti con la parrocchia. I sacerdoti responsabili andavano lì soltanto per un’azione pastorale, per evangelizzare, assistere, ma la sera tornavano tutti in parrocchia. Questa azione pastorale ha sortito subito degli effetti positivi perché ha subito visto realizzare la famiglia parrocchiale, alla quale tutti partecipavano attivamente. Per esempio, noi avevamo alla messa una percentuale altissima di frequenza. In chiesa, alla domenica, c’erano otto messe: alle 6, poi alle 7, 8, 9, 10, 11, 12, ed alla sera alle 18. Per i giovani noi celebravamo due messe: una alle 9 peri bambini fino alla terza media, ed una alle 10 per quelli più grandi. Nel mese di giugno tutti quelli che avevano finito la terza media ed avevano fatto gli esami festeggiavano il passaggio dalla messa delle 9 a quella delle 10 ed erano tutti felici e contenti perché potevano dormire un’ora di più!!

Poi, mi ricordo molto bene, che, nella chiesa di S. Clemente, presso il castello di Torrenova, c’era la messa alle 6.30, alle 7,30, alle 10.00 ed un’altra alle 12.00.

Al Centro S. Antonio avevano conservato soltanto due messe: una la mattina alle 7.00 ed un’altra alle 11.00. Poi c’era una messa nella cappella che avevamo preso a Carcaricola, in via Angelo Bianchi e nella chiesa di Tor Vergata che oggi è parrocchia. La causa di una così alta frequenza penso che era dovuta innanzitutto al desiderio della gente di avere una parrocchia ed anche a questa azione pastorale derivante dalla divisione in zone che aveva permesso una maggiore sensibilizzazione attraverso dei responsabili sul posto.

L’attività era dunque la risultante di tante attività locali che erano state decentrate per permettere di raggiungere le persone il più possibile, sia come numero, sia come quantità di tempo e soprattutto come qualità d’incontro. La parrocchia, invece, svolgeva la funzione, o meglio il servizio di essere una comunione di comunioni, cioè un centro comunitario di tante comunità che però avevano come matrice la parrocchia stessa: infatti certe attività venivano svolte tutte lì. Per esempio, l’attività principe fu la festa parrocchiale organizzata nel 1964, la prima volta in un modo tutto artigianale, che servì come coesione, come momento di festa comune di questi aggregati.

MA LA FESTA PARROCCHIALE CI TENEVA TUTTI UNITI

La festa parrocchiale era articolata in tre giorni di festeggiamento in preparazione della festa vera e propria. Noi facevamo in ognuna di queste tre sere un concerto, sottolineato dall’illuminazione delle strade. Ci fu molta partecipazione, si istituì un comitato organizzatore che pensava a raccogliere le offerte ed a tutto il resto. Cerano poi dei giochi e tutto culminava nel giorno della festa con una processione molto bella che terminava con un grande raduno nel piazzale della chiesa. Nel secondo anno della festa. ne ‘65, ricordo che calcolammo almeno 3.000 persone presenti nel piazzale. Ci furono attività parallele: bar, negozi e bancarelle, tutte cose che, coreograficamente, abbellivano la giornata di festa. Ciò era a sua volta, la conclusione di un mese di processioni. In chiesa, infatti, vicino alla sacrestia e con sotto una pianta di rose c’era una Madonna in legno alta circa 60-70 cm, che io ordinai ad Ortisei e che, forse, è ancora lì. Durante il mese di maggio, ogni sera, tranne la domenica, questa immagine della Madonna pellegrina veniva portata dai ragazzi processionalmente, con delle torce e con tutto il popolo dietro, in una zona della parrocchia; da li, si tornava in chiesa, sempre processionalmente. Ricordo che, quando bisognava andare nella zona di via Varvariana, come anche Tor Vergata, si doveva attraversare la Casilina e la cosa rivestiva, così, un carattere di straordinarietà, perché la Casilina. a quel tempo, non era molto trafficata come ora, però noi interrompevamo pur sempre la circolazione, ma ciò non suscitava nervosismi, anzi, tutt’altro, dato l’ambiente ognuno si fermava e, con rispetto, attendeva che fosse passata tutta la processione. Noi partivamo dalla parrocchia verso le 8.00 e tornavamo verso le 10.00, ora nella quale la celebrazione terminava con una benedizione eucaristica e con l’annuncio del successivo itinerario della Madonna! Tale annuncio veniva dato sera per sera, in modo da far crescere l’attesa nelle zone interessate. Il giorno seguente, sul posto, si faceva davvero come una piccola festa con illuminazione per le strade, bandierine. bambini vestiti di bianco e paggetti e, da una sera all’altra, riuscivano ad organizzare il tutto e, questo, era molto bello. Tutte le cerimonie si interruppero nel ‘70-71, quando la parrocchia cominciò a cambiare fisionomia, quando la qualità della vita con il suo aspetto socio-umano cambiò, il piccolo centro staccato dalla città diventò una grande periferia e le strade non potevano essere più considerate come una casa. Era impossibile quindi, fare la processione e ce ne siamo stati dentro la parrocchia in questo mese di celebrazioni. La festa della parrocchia è continuata, ma non era più la conclusione di tante piccole cerimonie durante il mese di maggio. Una delle cose che abbiamo fatto perché rimanesse un segno di questa nostra piccola festa di famiglia, è l’edicoletta che è prospicente la via Casilina, sul muro del Centro S. Antonio, dove c’è l’immagine della Madonna, la Madonna di Pompei. Quel quadro è stato regalato da] sig. Palmieri, che, adesso, ho visto ultimamente occuparsi della segreteria, in parrocchia e egli fece questo regalo alla cappella della Madonna, quella cappelletta che è in parrocchia, a sinistra. Poi, invece, questo quadro è stato spostato in quest’edicoletta perché lì abbiamo messo un altro quadro fatto in mosaico che penso adesso sia stato portato via e rubato.

E LA GENTE SI FECE SUBITO AVANTI

Di quegli anni felici e genuini io penso che la gente di Giardinetti si ricordi, infatti siamo stati molto amici, sempre insieme, e ciò era molto bello. Anche perché, per me, Giardinetti rappresenta un po’ il primo amore che non si scorda mai; io avevo 34 anni quando sono venuto lì e la parrocchia l’abbiamo fondata insieme con tutte queste persone. Pensate che, quando fu inaugurata la chiesa, via degli Orafi non c’era, esisteva solo un sentiero di terra e si doveva lasciare la macchina sulla Casilina e venire a piedi. Dopo circa 6-7 mesi abbiamo ottenuto dall’autorità comunale l’asfaltatura della strada e l’illuminazione, prima inesistente. Ricordo, per esempio, che il giorno in cui sono arrivato, mi sono sentito in mezzo al deserto. Il primo a venirmi incontro fu il sig. Tersigni Giovanni che, quella prima sera, vedendomi tutto solo, in un’enorme casa, venne e mi disse: “Guardi che noi siamo qui, tutti a sua disposizione!”. Quella mattina era venuto anche il sig. Galassi Ettore, che adesso è morto, il quale era vigile urbano e mi portò dei fiori per adornare l’altare per la prima messa e portò dei vasi che praticamente erano delle bottiglie vuote, bottiglie un po’ originali, ma fu un gesto gentilissimo che mi fece molta tenerezza. Tutti cominciarono subito a partecipare spontaneamente, avendo il desiderio di un centro comunitario ed è nato così, da questo forte spirito di iniziativa di quelle persone, il gruppo dei giovani.

E I BAMBINI INVASERO LA CHIESA

Il gruppo dei ragazzi è nato quando ci siamo riuniti per la prima volta nell’aprile o maggio del ‘63: stavamo seduti per terra sul brecciolino messo sul piazzale perché il giardino ancora non c’era. Decidemmo di vederci tutte le settimane, anche tutti i giorni se qualcuno avesse voluto, e cercammo soprattutto di organizzare qualcosa per i più piccoli. Fu così che molti di loro fecero da animatori per i bambini, i quali aumentarono notevolmente. A questo proposito, io ricordo molto bene un dato: una domenica i bambini dalla prima fino alla terza media erano 800 circa; la chiesa non bastava; quindi noi dovemmo mettere dei banchi anche sotto il porticato davanti alla sacrestia, e questi ragazzi che avevo incontrato sul brecciolino erano diventati i loro animatori; divisi in gruppi, facevano un’ora di catechesi, utilizzando anche le aule della scuola, tutte le domeniche, dopo la messa, a prescindere dalla catechesi in preparazione ai sacramenti che diventava, così, quasi un sovrappiù, una preparazione specifica, inoltre, alla sera, aprimmo un cinema, un’opera di servizio sostitutivo molto importante perché non c’erano né attività, né strutture per la cultura dei ragazzi. Comprammo una macchina da proiezione ed il pomeriggio i bambini venivano al cinema nello stesso numero in cui si presentavano a messa. La macchina era a passo 16; si vedevano dei bei filmetti western: comici e qualche commedia. Tentammo anche uno spettacolo per adulti, subito dopo quello per i bambini, che per un anno riuscì perché si trattava dell’unico cinema della zona. La sala di proiezione era situata dove ora c’è l’ingresso della casa delle suore. Su quell’entrata c’era scritto: “Sala parrocchiale della Resurrezione” con un’insegna luminosa. La sala era sotto, al piano terra, formata da tre o quattro aule messe insieme, tutte libere. Entrando c’era una porta dalla quale si andava alla biglietteria che, a sua volta, portava al cinema.

Con i ragazzi si organizzavano anche delle feste da ballo in parrocchia e si era allestito anche un complesso che suonava quasi tutte le sere. Una volta questi ragazzi pensarono di organizzare una festa a casa loro, perché oramai avevano capito che era bello stare insieme. Ciò era molto importante in quanto significava l’inizio di una maturità, cioè di una gestione in proprio di certe cose che prima ero io ad organizzare con loro. Accadde, però, che nessuna delle ragazze andò a quella festa, perché le mamme non le mandarono, in quanto non c’era la garanzia della parrocchia, e la festa falli. Forse questa situazione creò in alcuni ragazzi un certo senso di antitesi, quindi una situazione non certo bella, ma d’altronde l’ambiente era quello, un ambiente di cultura “agricola”, chiuso in se stesso, ma allo stesso tempo completo in se stesso.

CON UNA VECCHIA 600 A CACCIA DI STRUMENTI

Quando si cominciò a trasformare l’ambiente della parrocchia e i vari gruppi cominciarono ad essere più vivi, vennero fuori delle iniziative nuove e, fra esse, quella di costituire un complesso. Ricordo che era il 30 dicembre la sera in cui facemmo un debito grosso ed andammo a comprare i diversi strumenti: una chitarra elettrica, un basso, una batteria, anche un armonium elettrico, solo che ci rubarono tutto. Il giorno seguente, la notte dì Capodanno, avevamo preso l’impegno di andare a suonare in un ristorante di Torre Maura, si chiamava El Patio e ci servivano urgentemente degli strumenti. Quindi, nel giro di ventiquattr’ore siamo tornati dalla persona che ci aveva venduto i primi strumenti, che, peraltro, dovevamo ancora pagare e le abbiamo raccontato l’accaduto e lui ci ha dato nuovi strumenti, migliori dei primi, proprio per fare un dispetto a chi ce li aveva rubati. Questo negozio era sito in via Nazionale, si chiamava Ceccherini.

Una volta, la sera di carnevale, la passammo a suonare in riva allago di Castel Gandolfo e, successivamente, tornammo a casa a tarda sera tutti carichi dentro la mia 600. Questo complesso suonava anche alle feste e ricordo che ad una di esse c’è stato il passaggio per la nostra parrocchia da un tipo dì cultura ad un’altra, o meglio da una mentalità ad un’altra. Era il giorno di chiusura della festa parrocchiale; alla fine della processione, alla quale partecipò un cardinale polacco o cecoslovacco (era il Cardinale Beran arcivescovo di Praga, n.d.r.), che oggi è morto, il piazzale della parrocchia e tutta via degli Orafi erano gremiti da più di 5.000 persone. Con una struttura di altoparlanti stupenda, si riuscì a coprire tutta la zona, fino alla Casilina. Alla fine della serata, dopo aver cantato gli inni tradizionali, quali “Mira il tuo popolo”, oppure “Noi vogliam Dio”, annunciammo ai giovani, affinché la partecipazione fosse più consapevole, che questo nuovo complesso suonava delle canzoni sacre, ma modernamente. Fu la prima volta che cantammo queste nuove canzoni e da allora iniziammo a venir fuori in quanto ottenemmo un buon successo, specialmente con un Ave Maria meravigliosa, con un sottofondo musicale e recitazione in latino, il sottofondo musicale era come una spiegazione di queste parole e, ogni tanto, c’erano parole in italiano, tradotte liberamente. La platea gradì l’iniziativa ed applaudì la musica nuova eseguita da questo complesso. La sera facevamo anche una gara fra complessi e cantanti, assegnando anche tre premi, sia ai complessi che ai cantanti. Partecipavano in moltissimi, sia giovani che adulti. I premi erano messi in palio da ditte ed erano premi abbastanza buoni per l’epoca e mi ricordo che, un anno, il premio fu una Fiat 500; inoltre c’era una lotteria ed una tombola con tanti premi. Il palco veniva innalzato di fronte al piazzale, proprio dove c’è l’ingresso delle suore oggi. Era un palco in legno che, in genere, veniva offerto dalle aziende della zona.

DA PARROCCHIA A SCUOLA DI VITA

Gruppi non ce ne erano, nel senso odierno del termine, perché la Parrocchia della Resurrezione ha vissuto gli ultimi anni di una pastorale vecchio tipo; cioè preconciliare. C’era l’Azione Cattolica con i quattro rami: le donne, gli uomini, i giovani, le giovani e poi c’era un comitato parrocchiale che riuniva i responsabili delle varie zone e coloro che si prendevano la briga di mandare avanti un po’ il tutto. Dopo la trasformazione iniziata verso gli anni 70, si vide la necessità di dare spazio anche a questi gruppi che sorgevano con finalità diverse, e ricordo che assegnammo un’aula per ciascuno di essi.

Tutto ciò ci impegnò molto anche a dare una nuova fisionomia alla struttura del complesso parrocchiale: infatti abbiamo fatto il campo sportivo, la pista di pattinaggio ed altre infrastrutture che poi sarebbero state utili anche per la scuola. Infatti, prima la scuola era in parrocchia perché l’avevamo fondata noi.

Nel ’63, quando io arrivai a marzo, pensai che uno dei servizi sostitutivi che la parrocchia poteva offrire all’ambiente era quello di dare una scuola media, proprio perché, in quei mesi, era stata approvata la legge che riformava la scuola e portava l’obbligo scolastico a 14 anni. Praticamente, la scuola media è nata con la parrocchia, in quanto tino ad allora la scolarizzazione terminava con la quinta elementare. Data questa nuova situazione, io andai al ministero chiedendo l’autorizzazione per la costituzione della scuola media.

Il ministero mi disse di appoggiarmi alla scuola media che, a quel tempo, si chiamava Centocelle IV° e che era sita in una palazzina vicino alla chiesa di San Felice da Cantalice. Lì c’era un preside, il professor Onorato Avalle, oggi morto, che volentieri prese la nostra scuola come succursale. Io assunsi la vicepresidenza e, praticamente, a tutti gli effetti, l’istituto veniva mandato avanti da noi. C’erano insegnanti laici che avevano una loro sala professori dove ora c’è l’ufficio parrocchiale. Successivamente aprimmo un’altra succursale alla borgata Finocchio ed un’altra a Torre Angela. Siamo arrivati ad una punta massima di 1.200 alunni, dai 600 iniziali, andando presso le famiglie per invitare i genitori a mandare i propri figlioli a scuola. Aspettammo il novembre del ‘63 per iniziare le lezioni, perché mancavano i banchi ed anche alcuni professori che furono, successivamente, nominati dal preside. Con alcuni professori sono rimasto amico, ci incontriamo, anche se nessuno di essi è più a Giardinetti. Mi ricordo un certo professor Marcelloni, del professor Chiappini, che ora insegna educazione fisica a Ladispoli, in un istituto tecnico, ed a quel tempo aveva 18 anni; poi c’era un certo prof. Nacci che insegnava matematica; ora è laureato ed insegna microbiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ed altri ancora. Con i docenti formammo davvero una piccola comunità educante, che non solo si occupava della scuola sotto l’aspetto puramente didattico, ma spingeva anche un po’ più in là la sua azione, soprattutto per una pedagogia più adatta per arrivare alla famiglia. Un esempio di come ci avvicinavamo alla famiglia è l’episodio che vide protagonista un ragazzino che, completamente disabituato a stare insieme agli altri durante le ore di lezione, dette segni di insubordinazione; noi cercammo di rintracciare la famiglia, ma questo fu impossibile. A dire il vero questo ragazzino non era nemmeno della parrocchia, ma veniva da Torre Angela e riuscimmo a rintracciare la famiglia solamente dopo moltissimo tempo; ciò ci permise di diventare amici con tutti i membri di essa, tanto che dopo l’incontro, il padre, la madre e le sorelle sono diventati molto vicini alla parrocchia. In seguito ci siamo battuti moltissimo per la costruzione della nuova scuola ed il sig. Zeppilli è stata la prima persona ad offrire il suo edificio. Successivamente arrivò un preside e la scuola si rese autonoma. In quel momento la parrocchia terminò il suo ruolo di sostitutrice delle strutture sociali ufficiali e ci si rese conto che era meglio fare marcia indietro; mentre agli inizi era ambitissimo un posto nelle aule nuove della parrocchia, successivamente la situazione cambiò in quanto lo Stato costruì delle strutture più adatte.

LA GENTE DI GIARDINETTI RICORDA CHE SIAMO STATI AMICI

La vita a Giardinetti in generale era tranquilla, beh com’era tranquilla un pò dappertutto a quei tempi però, come ho già detto all’inizio, Giardinetti era un piccolo centro, con una fisionomia a sé. Quando ha perduto questa fisionomia ed è diventata città sono cominciati i problemi di secolarizzazione, di scristianizzazione ed anche, qualche volta, ahimè, di droga. Quando sono arrivato io, l’ambiente era molto sano ed io ho vissuto quella prima esperienza, bellissima, fino al ‘68-69, fino alla visita pastorale che fu fatta nel novembre del ‘68.

Tra noi, preti avevamo preventivato cinque anni, per la costruzione di una comunità ed in effetti siamo riusciti nel nostro intento, però in seguito abbiamo avuto a fregatura da coloro che ci hanno cambiato le carte in tavola; l’ambiente socio-umano è cambiato, ormai era arrivata la città, il consumismo e la secolarizzazione. La parrocchia tentò di adeguarsi ai nuovi problemi, tentativo che non so se è riuscito o meno, perché sono stati gli ultimi anni della mia permanenza a Giardinetti; io penso che quello che era stato seminato non sia andato tutto perduto e spero che il nostro lavoro possa aver prodotto frutti anche in futuro. Degli ultimi anni a Giardinetti, ho un ricordo molto tenero di un ragazzo che avevo incontrato negli ultimi mesi e che era uscito dalla galera da poco; aveva avuto un figlio da una ragazza giovanissima, di 15 anni, lui ne aveva 23. Con lui sono diventato molto amico; mi faceva sempre dei regali, che, probabilmente, si procurava con i soliti mezzi, cioè andandoli a prendere di qua e di là senza il permesso, e volle che io battezzassi il suo bambino. Questo lo considero come il ricordo più caro della Parrocchia della Resurrezione. Questo ragazzo l’ho incontrato altre volte, ormai è cresciuto, anche il figlio è cresciuto e penso che non abiti più lì. Per me quel giovane è stato una persona carissima, perché lui si è affezionato a me ed io mi sono affezionato a lui, ragazzo con i suoi problemi, ma anche deciso a cambiare le proprie abitudini, intento che, penso, in parte sia riuscito.

Io sono stato molto contento di essere stato a Giardinetti, che ricordo sempre con grande nostalgia pur non essendo un emotivo, però ricordo quei tempi come il primo amore che non si scorda mai. Da Giardinetti ho ricevuto molto, sono contentissimo di essere stato il primo parroco, perché insieme abbiamo fatto tante cose che penso siano rimaste e sono grato a quei sacerdoti che sono venuti dopo di me ed hanno saputo continuare nella novità, perché non bisogna continuare con le cose vecchie. L’ultima volta che sono venuto, passeggiando nel piazzale, ho ripensato alle persone che avevo incontrato e conosciuto, ai fatti passati e mi accorgevo che ormai sono più vecchio ma ricordavo anche la gioia di avere incontrato tantissime persone che conoscevo. Per esempio, una cosa bellissima è stata rivedere il signor Emilio, (a quel tempo era viva anche la signora), nonché rivedere i figlioli Paolo e Luciano; quest’ultimo era uno dei presenti sul brecciolino in quel primo incontro. Il signor Emilio fu il primo presidente del comitato organizzatore della festa ed io ho ancora una fotografia nella quale c’è lui accanto al comandante dei Vigili Urbani, in quanto era presente alla festa la banda di questo corpo. L’organizzare la festa fu il primo incarico che io detti, la prima collaborazione che chiesi ai signori della parrocchia. Ho rivisto la signora Del Frate ed anche qui i ricordi furono molto belli: il figlio, portatore di handicap, al mattino, si svegliava alle 5 e con il campanello girava per tutto il quartiere a svegliare i bambini: infatti nel mese di maggio facevamo la messa prima dell’inizio delle lezioni a scuola e ad essa partecipavano centinaia di fanciulli. A quel tempo, a Giardinetti, alle 9 di sera, se non stavano tutti a letto, poco ci mancava, inoltre non c’era l’illuminazione per le strade e la televisione era molto rara. Ricordo una volta che per la finale dei campionati del mondo in Messico tra Italia e Brasile nel ‘70, la parrocchia per permetterne a tutti la visione, mise sul palco un grande schermo televisivo prima di cominciare la festa e la processione.

La gente accorse numerosa e non mancarono i rimproveri da parte di locali pubblici, quale il bar del sig. Tersigni davanti alla piazzetta, perché aveva perduto i suoi clienti.

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PAPA GIOVANNI PAOLO II A GIARDINETTI IN VISITA PASTORALE

28 FEBBRAIO 1988

RIVOLTO AI BAMBINI DURANTE L’INCONTRO INIZIO VISITA

“Vi guardo negli occhi e vi abbraccio con l’amore di Cristo per ogni uomo”

Con grande entusiasmo e commozione i fedeli della parrocchia della Resurrezone di Nostro Signore Gesù Cristo a Torrenova hanno accolto Giovanni Paolo II. A migliaia hanno lasciato le loro case, radunandosi lungo il tratto finale della via che conduce alla piccola chiesa e nel piazzale del complesso parrocchiale. Ovunque grandi striscioni esprimevano il saluto della popolazione, ricordando anche la ragione di questo eccezìonale incontro. « Festeggiamo il 25 con il Papa, era scritto infatti a lettere azzurre e gialle sul palco allestito per la celebrazione eucaristica.

Accolto dal Cardinale Vicario Ugo Polettì, dal nuovo Vescovo Ausiliare del Settore Est, Mons. Giuseppe Mani, dal Vescovo Ausiliare di Novara, Mons. Francesco Maria Pranzi, giunto per portare l’omaggio della Diocesi piemontese al cui clero è affidata la parrocchia, e dal parroco, don Franco Mortigliengo, il Santo Padre si è soffermato a lungo accanto alle transenne per ricambiare il caloroso saluto della popolazione. Attraversato il piazzale, Giovannì Paolo II ha poi raggiunto il vicino campo sportivo dove erano radunato centinaia dì bambini delle scuole elementari e medie, insieme con i loro insegnanti e i genitori. Molti tra i piccoli agitavano fiori di carta in segno di festa, mentre il coro accompagnato da un’orchestrina eseguiva il «Tu es Petrus» su musica scritta per l’occasione da un insegnante di educazione artistica dell’Istituto Martin Luther King.

Dopo aver salutato a lungo i bambini, il Papa ha raggiunto un piccolo palco dove ha ascoltato due brevi indirizzi d’omaggio.

Per primo ha parlato un alunno della scuola elementare dì via degli Orafi che in polacco ha espresso il benvenuto di tutti i bambini. Il piccolo ha anche chiesto al Papa un «suggerimento» per dare un nome alla sua scuola, in modo che anch’essa ricordi la visita del Vescovo di Roma nella borgata. Alessia, una ragazza di 13 anni, ringraziando per l’incontro ha espresso la speranza che la visita del Santo Padre aiuti a risolvere i problemi della zona «il quartiere Giardinetti, ha detto, si trova fuori della cinta urbana, lontana dagli agi e dalle comodità, ma le nostre case sorgono accanto a luoghi più che millenari, dove sorsero le catacombe del primi cristiani. Nella nostra borgata c’è una scuola dedicata ad un uomo generoso che tanto lottò per l’uguaglianza degli uomini e la non violenza. Noi tutti, come lui, vantiamo il sogno di un mondo in cui camminare insieme come fratelli, convinti che solo quando avremo spezzato le catene della disuguaglianza e dell’ingiustizia potremo dirci tutti veramente liberi.

Questa fede sarà la forza che ci guiderà per le strade della vita perché, come dice Martin Luther King, in un mondo buio e confuso il Regno di Dio può ancora regnare nel cuore degli uomini».

Rispondendo alle parole dei due bambini Giovanni Paolo II ha detto:

Voglio salutare cordialmente tutti i presenti: la generazione più giovane della parrocchia insieme con i genitori, gli insegnanti, le suore e i sacerdoti. Vi vedo con grande soddisfazione. Sono molto contento di incontrare per primi i più giovani, coloro che guardano verso il futuro più lontano, perché, essendo giovani, certamente hanno più possibilità di oltrepassare la soglia del millennio. Hanno più possibilità di raggiungere il terzo millennio e di portare la eredità del vostro popolo, della vostra nazione e la verità cristiana della Chiesa cattolica nel nuovo millennio. Noi ci prepariamo molto a celebrare la fine del secondo millennio e l’inizio del terza. Vi saluto nel nome di questa preparazione e di queste speranze, perché dobbiamo andare avanti verso il futuro con una speranza. E’ vero, ci sono molte circostanze preoccupanti, ma c’è anche la speranza. E voi giovani, voi bambini, ragazzi e ragazze, avete ancor più questa speranza nei vostri cuori. Questo è il privilegio della vostra età.

Saluto qui i giovani delle scuole medie ed anche i giovani delle scuole elementari, i ragazzi e le ragazze che si preparano alla Prima Comunione e alla Cresima. Vi vedo con grande amore. Vi guardo negli occhi, vi abbraccio perché sempre sento altri occhi e altre mani che mi seguono, che mi seguono verso di voi. Sano gli occhi e le mani di Nostro Signore Gesù Cristo che ha tanto amato i bambini e i giovani e li ama sempre, li segue sempre con il suo amore.

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La visita di Papa Giovanni Paolo II

La chiesa non è altro che l’espressione continua dell’amore di cristo verso tutti gli uomini, senza eccezione, specialmente verso coloro che soffrono, verso gli anziani, ma nello stesso tempo verso coloro che sono gli uomini e le donne del futuro, verso i giovani, verso i bambini. Questo grande amore di Cristo vogliamo oggi celebrare insieme durante questa visita. Lo celebriamo sempre partecipando alla Santissima Eucaristia, ma oggi lo facciamo in modo particolare perché in questa Eucaristia celebrata dal vostro Vescovo, Cristo è specialmente presente, vicino. Gesù ha mandato i suoi apostoli in tutto il mondo e uno di loro, anzi il primo, Pietro, è venuto fino a Roma e ha trovato qui il suo posto, la sua sede. Questa sede petrina rimane a Roma. cambiano gli uomini, le persone, ma rimane la sede, rimane il ministero e soprattutto quell’amore che Pietro ha ereditato immediatamente dal Cuore di Gesù Cristo, prima della sua ascensione, ha interrogato così Pietro: Mi ami tu? Questa è la cosa più importante, l’amore per Crìsto. Noi, Successori di San Pietro, cerchiamo di mantenere viva questa domanda di Cristo e di mantenere viva la risposta di Pietro: Signore, tu sai che io ti amo.

Ecco, oggi ascolteremo un brano del Vangelo molto particolare, speciale come avviene durante la Quaresima, perché parla della Trasfigurazione di Gesù. In quel momento della Trasfigurazione, gli Apostoli presenti, testimoni della gloria di Gesù trasfigurato, chiedono al Signore: è bene per noi essere Quì?

Voglio concludere con queste parole, augurando a voi laici parrocchiani, specialmente a voi parrocchiani più giovani, ragazzi, bambini di essere vicini a Cristo e di sentirvi bene sentendo la sua vicinanza e di non abbandonare mai la vicinanza di Cristo, la presenza di Cristo. Che cosa vuol dire la Trasfigurazione di Cristo? Vuol dire che Gesù cambia la nostra vita. Se siamo vicini a Cristo egli cambia la nostra vita e la cambia per renderla migliore, più umana, più cristiana, direi anche, più divina. Ecco questi sono i miei auguri soprattutto per la generazione più giovane, più promettente della vostra parrocchia dedicata a Gesù Risorto.

Vi offro una benedizione insieme con il Cardinale e con il Vescovo del Settore presente oggi, per la prima volta.

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IL POST GUERRA E LO SVILUPPO URBANISTICO

di Erminio MARCHETTI

L’urbanistica di questo territorio, trascorso il triste periodo bellico, ha avuto il suo più significativo sviluppo in concomitanza con l’insediamento di nuovi nuclei familiari provenienti da varie regioni d’Italia, in particolare dal Centro-sud, che si andarono ad aggiungere ai braccianti già presenti in loco fra la I e la II guerra mondiale. Tale insediamento dava origine ad una Comunità mista-rurale, composta in primo luogo da braccianti, addetti alle mansioni agricole, e da famiglie di operai e che andavano a popolare progressivamente i terreni circostanti.

La maggior parte delle case erano raggruppate in via di Orti Poli (oggi via dei Giardinetti), lungo via Carcaricola (in prossimità della via Casilina), in via di Varvariana e nelle vicinanze del Castello di Torrenova.

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Il territorio era allora suddiviso in zone, che prendevano il nome o da una via principale, come “Varvariana”, “Giardinetti” che poi ha dato il nome a tutto il Quartiere, “Carcaricola”, o da un luogo importante: “Il Dazio” e “Il Castello” (Torrenova); varie ipotesi sono state formulate per spiegare l’origine del nome “La Camera”, altra frazione importante del territorio.

Queste zone erano separate le une dalle altre da ampi spazi verdi, ed erano collegate tra loro solamente per mezzo della Via Casilina, essendo ben poche le strade interne di collegamento. Penso sia stato questo il motivo che ha generato quel senso di campanilismo e a volte di rivalità tra le varie zone del luogo, allora molto più sentito; ancora oggi qualcuno, e non soltanto i più anziani, per indicare il proprio indirizzo, preferisce dire di abitare alla Camera, al Dazio o ai Giardinetti inteso come Via dei Giardinetti.

La mia esperienza personale trae le sue origini adolescenziali da questo territorio, nel quale sono nato, e dai ricordi legati ad esso. La felicità connessa al periodo più bello della mia vita, trascorso in questi luoghi, mista ad un latente senso di nostalgia, mi porta a ripercorrere vari momenti vissuti con spensieratezza e voglia di nuove esperienze scandite dal lento trascorrere degli episodi evoluti della mia terra.

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Il periodo della mietitura

Il periodo della mietitura del grano, ad esempio, forniva lo spunto a noi ragazzi per aiutare i braccianti impegnati nella mietitura e nella lavorazione del grano, compiendo semplici gesti quali portare loro l’acqua con cui rinfrescarsi dalla calura. Ricordo, inoltre, con piacere, il ritorno dei carrettieri dal mercato con i loro barrocci e in particolare uno di essi, di nome “Francì”, che mi faceva salire su di esso e mi consentiva di condurre il cavallo alla rimessa.

L’inconsapevolezza tipica dell’età, ci portava non di rado ad affrontare rischi e pericoli quali ad esempio andare ad insidiare tane di animali pericolosi, come i serpenti e soprattutto le vipere in quel periodo erano numerose.

Non mancavano, di certo, i divertimenti quali ad esempio salire in cima agli alberi per osservare lo schiudersi delle uova nei nidi degli uccelli che, nella zona, erano presenti in diverse specie e quantità. Nelle nostre scorribande, non era raro assistere alla nascita di puledri e vitelli nelle tenute limitrofe.

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Dalla mappa si evince la dislocazione delle diverse tenute gestite da Fattori: Sbardella su due fronti a nord davanti al Centro S. Antonio e ad est in via Carcaricola dove inizia via della Tenuta di Torrenova; Conforti a nord-est angolo di via Casilina e di via di Torrenova; Pizzuti ad ovest in via di Varvariana e a sud vicino largo Raimondi; Barcellini a sud-ovest in via del Fosso di S. Maura a ridosso del G.R.A., infine, Parmigiani a sud-ovest alla fine di via Carcaricola in prossimità dell’Autostrada A1.

Ripenso alle numerose piante di gelso, laddove oggi è stata eretta la “Chiesa della Resurrezione di N.S.G.C.”, sulle cui foglie nascevano e si nutrivano numerosi bachi da seta, che noi ragazzi guardavamo schiudere ammirati dalla loro metamorfosi in splendide falene (miracolo della vita che nasce e si trasforma in natura).

 

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Le nostre partitelle di calcio

 

L’arrivo, poi, delle vacanze scolastiche ci portava, dall’alba fino al tramonto, a praticare diversi giochi all’aperto quali: interminabili partite di calcio, che giocavamo su svariati campetti, quale ad esempio, quello ubicato presso la recente scuola media Martin Luther King; il giro d’Italia con “tappetti” delle bottiglie di birra, che rappresentava una prova di grande bravura e consisteva nel tracciare un percorso composto da varie curve, dossi, rettilinei e arrivo nel quale si posizionavano i “tappetti” sulla linea di partenza e, spostati a turno con il sistema dei “tre colpetti con il pollice ed indice” della mano, si tentava di ottenere la vittoria consistente nel minor numero di uscite possibili dal tracciato. Una nota: all’interno del tappetto di latta incastonavamo l’immagine dei campioni di ciclismo di quel periodo, tra questi i più gettonati erano Coppi, Magni, Nencini, Baldini e tanti altri ciclisti.

Le mie esperienze di adolescente nella campagna che hanno visto la mia maturazione e crescita da, al territorio oggetto della mia indagine, un significato di simbiosi quasi naturale paragonabile solo al percorso educativo di un vero e proprio “laboratorio di scienze” in natura.

Con la nascita della nuova Parrocchia della Resurrezione, nel 1963, ci fu un cambio epocale sia del territorio che del modo di pensare degli abitanti del luogo, che riuscì ad aggregare famiglie, giovani, anziani e donne in gruppi che si incontravano nelle aule parrocchiali con l’intento di organizzare varie iniziative culturali e sociali.

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1963, il piazzale della Chiesa

Gruppo di ragazzi della Parrcocchia

Se si volesse effettuare uno studio, riscoprirei mille modi di come trascorrevamo il nostro tempo impiegato in ambito parrocchiale; tanto per citarne alcuni: gli incontri domenicali di tipo culturale e la pianificazione delle attività future; dall’impegno di noi giovani con l’Azione Cattolica al teatro e ai cineforum fino alle molteplici attività sportive dell’oratorio.

Molto sentito era l’impegno degli animatori dell’Azione Cattolica di mettersi al servizio di noi ragazzi per la nostra formazione educativa.

Le splendide rappresentazioni teatrali che si svolgevano nella sala adibita a cinema. Si cominciava con la formazione della compagnia, dei costumi, dei testi, delle scene e degli attori improvvisati che si cimentavano per la prima volta nella recitazione.

Nei Cineforum che avevano luogo nella stessa sala cinematografica, venivano proiettati film dal contenuto artistico e culturale e si tenevano dibattiti relativi ai film proiettati con esperti in materia, quali studiosi di psicologia e storici dell’arte cinematografica. Visto come uno strumento stimolante per la conoscenza di certe problematiche della vita reale, il Cineforum aveva lo scopo di educare noi ragazzi contribuendo alla nostra fase evolutiva e di sviluppare un confronto generazionale.

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In conclusione, l’esperienza vissuta di tipo personale ha percorso, analogamente alla trasformazione del territorio, fasi contraddistinte da periodi significativi legati alla convivenza comune segnati dal processo evolutivo di una territorio rurale ormai divenuto Zona con oltre ventimila abitanti.

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STORIA DEL MITICO TRENINO ROMA-FIUGGI-ANAGNI E LA COSTRUZIONE DELLA METRO “C”

di Erminio MARCHETTI

IL MITICO TRENINO ROMA-FIUGGI-ANAGNI-FROSINONE

Il 12 giugno del 1916, avviene l’apertura al pubblico della prima tratta da Roma – Genazzano (Km 47+300). Nel corso dell’anno successivo la linea raggiunge il 6 maggio Fiuggi Fonte, e il 14 luglio il primo treno compie il percorso completo da Roma a Frosinone.

 

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Trenino oggi

 

Il progetto, redatto dall’ing. Antonio Clementi che operava per conto di una delle società belghe che lavoravano in Italia ad inizio del secolo scorso, prevedeva una linea ferroviaria a scartamento ridotto che unisse Roma a Fiuggi e a Frosinone, ottenne il parere favorevole del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel marzo 1907 e venne approvato con Regio Decreto n. 946 del 20 /11/ 1910; la sua concessione venne data alla Società per le Ferrovie Vicinali (SFV). Per vari motivi l’inizio del lavori fu ritardato così nel 1913 ebbero inizio i lavori e il 12 giugno 1916 il tronco da Roma a Genazzano, di 47,3 km, venne aperto all’esercizio. Il capolinea a Roma fu fissato a fianco della stazione Termini, lato via Cavour. Il servizio, con due classi (prima e terza), iniziò con quattro coppie giornaliere di treni.

Tra il 6 maggio e il 14 luglio 1917 furono inaugurate le tratte da Genazzano a Fiuggi Centro (30,8 km) e Fiuggi-Alatri-Frosinone (33 km). La lunghezza complessiva della linea, da Roma a Frosinone, era di 137,37 chilometri e la velocità massima ammessa di 40 Km/h. Nel periodo bellico avvennero alcuni cambiamenti. Nel 1940 il raddoppio del binario tra Centocelle e la nuova Stazione di Grotte Celoni e la riattivazione della tratta Fiuggi-Alatri che era stata chiusa cinque anni prima: il capolinea da questo momento fu quindi Alatri. Nel 1941 avvenne un cambio societario: la Stefer subentrò alla SFV nella gestione della rete. Alla fine della guerra si riscontrarono pesanti danni all’armamento. Da allora, e fino alla chiusura lo sviluppo della linea rimarrà di 94,309 chilometri. Dal 2008 la tratta è limitata a Giardinetti e, a partire dal 2011, sarà un nodo di scambio con la nuova Metro C che ingloberà le stazioni del tratto Giardinetti – Pantano.

COSTRUZIONE DELLA METRO “C

La Linea C, terza metropolitana romana prevista dal nuovo Piano Regolatore Generale, collegherà direttamente aree e quartieri oggi distanti, attraversando la città, da nord-ovest a sud-est, e quasi raddoppiando con la sua estensione, una volta completamente realizzata, lo sviluppo della rete metropolitana attualmente esistente.

Di questo tracciato, è prevista attualmente la realizzazione della prima parte chiamata Tracciato Fondamentale, per la quale è stato già individuato un preciso piano di finanziamenti attraverso la confluenza di risorse statali, comunali e regionali. Tale Tracciato Fondamentale, lungo 25,5 km e con 30 stazioni, inizia a partire dalla zona Clodio/Mazzini e snoda il suo percorso verso sud-est dapprima in zona centrale sottopassando il quartiere Prati, il Tevere, l’ansa barocca del Centro Storico lungo corso Vittorio Emanuele II fino a piazza Venezia, il Colosseo e S. Giovanni, poi in zona semiperiferica sottopassando i quartieri Appio, Pigneto, Centocelle, Alessandrino e proseguendo lungo la via Casilina oltre il Grande Raccordo Anulare. Da qui, in zona periferica, il percorso dalla stazione Torre Angela si porta in superficie ricalcando il tracciato della ferrovia esistente Termini-Pantano fino al limite orientale del territorio comunale e con l’ultima stazione, Pantano, appena all’interno del territorio del comune di Montecompatri.

La suddivisione in tratte del Tracciato Fondamentale deriva da motivazioni di ordine funzionale e da esigenze di natura progettuale, di procedure approvative e di finanziamenti.

Completa l’infrastruttura il deposito-officina posto a Graniti per il ricovero, la manutenzione e la riparazione dei 30 treni previsti a servizio del Tracciato Fondamentale e destinato, in futuro, ad ampliarsi per accogliere il materiale rotabile dell’intera Linea C.


Particolare importanza rivestono, al fine dell’attivazione dell’ “effetto rete” del sistema di trasporti su ferro, le intersezioni con le altre linee della Metro A e B di Roma (in tre punti), la linea Termini Laziali-Giardinetti (in un punto) e le Ferrovie Regionali aeroporto Leonardo da Vinci-Fara Sabina (in un punto).

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Il cantiere Metro C stazione Giardinetti

Talpa meccanica

TRACCIATO FONDAMENTALE DI 25,5 KM CON 30 STAZIONI (SCRITTE IN BLU)

LE FERMATE PREVISTE ENTRO IL 2011 SONO:

Pantano

Graniti

Finocchio

Bolognetta

Borghesiana

Fontana Candida

Grotte Celoni

Torre Gaia

Torre Angela

Giardinetti

Giglioli

Torre Spaccata

Alessandrino

Parco di Centocelle (corrispondenza linea Termini Laziali-Giardinetti)

ENTRO IL 2012:

Mirti

Gardenie

Teano

Malatesta

Pigneto (corrispondenza ferrovia regionale-denominata FR1-che collega l’aeroporto Leonardo da Vinci e Fara Sabina)

Lodi

ENTRO IL 2013:

San Giovanni (corrispondenza con la linea della Metro A)

ENTRO IL 2014:

Amba Aradam

Colosseo (corrispondenza con la linea della Metro B)

ENTRO IL 2015:

Venezia

Chiesa Nuova

San Pietro

Risorgimento

Ottaviano – San Pietro – Musei Vaticani (incrocio con la linea della Metro A)

Clodio – Mazzini

Vignola

Auditorium

Farnesina

LE ALTRE STAZIONI PREVISTE ENTRO IL 2018 SONO:

Giochi Istmici

Giochi Delfici

Parco di Veio

Villa San Pietro

Tomba di Nerone

Grottarossa

I TRENI SARANNO A GUIDA AUTOMATICA

La Linea C della metropolitana romana si avvarrà delle tecnologie più innovative attualmente disponibili. In quest’ottica i convogli della terza linea della metropolitana romana non avranno macchinisti a bordo ma saranno controllati e guidati da un sistema di automazione integrale; inoltre su tutte le 30 fermate della Linea C saranno installate delle “porte di banchina” (posizionate sul bordo della banchina prima delle rotaie) che saranno sempre chiuse e si apriranno solamente all’arrivo dei treni in contemporanea con l’apertura delle porte dei convogli. Il sistema di automazione integrale con porte di banchina è già utilizzato nelle metropolitane di Copenaghen, Singapore, Parigi e Lille ed è il sistema utilizzato nelle metropolitane in costruzione di Torino, Milano e Brescia.

Il sistema di automazione integrale è considerato particolarmente flessibile in quanto permette di espandere la capacità di trasporto aumentando la frequenza dei treni e quindi di gestire eventuali carichi eccezionali di servizio.

Inoltre questo sistema permetterà:

avvio automatico del servizio;

rilevazione continua della posizione dei treni;

controllo della direzione di marcia, della velocità e della distanza dei treni;

regolazione del traffico in base al programma d’esercizio;

visualizzazione della circolazione e dello stato di tutto il sistema;

recupero assistito dei treni guasti (o in maniera automatica o con l’invio di un macchinista a bordo tramite altro treno).

Con il sistema di automazione integrale la Metro C sarà gestita automaticamente da 20 persone (suddivise in tre turni) che si troveranno nel Posto Centrale di Controllo situato presso il Deposito Officina di Graniti. Dal Posto Centrale la mattina verrà attivato automaticamente il servizio e poi – durante tutto l’esercizio della giornata – si effettueranno sostanzialmente solo funzioni di controllo e supervisione sull’intero sistema. Dal Posto Centrale di Controllo sarà poi possibile comunicare con i passeggeri nei treni ma anche – tramite telefoni posizionati sui vagoni – ricevere informazioni dagli stessi utenti della metropolitana. Ma è sempre dal Posto Centrale che possono essere gestiti quegli imprevisti (es. variazione orari a seguito guasto treno) oppure quelle emergenze (es. incendio) sempre possibili su una linea metropolitana.

Il sistema di automazione integrale prevede per i treni l’arresto di precisione sulle banchine di stazione e richiede sulle banchine stesse la presenza di porte di banchina che debbono avere un funzionamento completamente automatico, sia in fase di apertura che di chiusura, in contemporanea alle porte di bordo dei convogli in fase di fermata.

Le porte di banchina permettono – ai fini della sicurezza – una separazione netta fra le banchine e la via di corsa dei treni, impedendo così la caduta di persone o oggetti sui binari. Inoltre le porte di banchina separeranno le stazioni dalla via di corsa dei treni anche dal punto di vista della ventilazione: questo permetterà – in caso di incendio di un convoglio – una migliore gestione ed evacuazione dei passeggeri in stazione.

 

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