Le Origini

CRONOLOGIA

DALLA PREISTORIA A LUCIO FABIO CILONE

PONTE DI EPOCA ROMANA II SECOLO a.C.

ANTICA VIA LABICANA (VIA CASILINA)

COMPLESSO ARCHEOLOGICO A NORD DI VIA CASILINA AL KM 11,4

ANTICA CONSERVA D’ACQUA I/II SECOLO d.C.

LE DUE TORRI XIII SECOLO

IL CASTELLO E UNA PICCOLA PARTE RIMASTA DELLA TENUTA DI TORRENOVA

I CENCI

GLI ALDOBRANDINI

LA CHIESA DI SAN CLEMENTE

I BORGHESE

DAI BORGHESE AI……BORGHESI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cronologia

II Secolo a. C. – di origine romana e’ il ponte, rifatto in un secondo tempo, presente all’altezza dell’ex dazio, più precisamente in via della Massa Calciana, dove sotto scorre un ruscello detto il Fosso del Giardino.

III Secolo d. C. – nelle immediate vicinanze dell’area di studio, (ove attualmente sorge il Castello di Torrenova) vi era un antico edificio romano, appartenente quasi sicuramente, insieme ad una vasta tenuta, a Fabio Cilone intimo amico dell’imperatore Settimio Severo e istitutore dei suoi figli Caracalla e Geta, Console e Prefetto di Roma dal quale ha preso il nome Grotta Celoni (anticamente detta Cryptae Cilonis).

700 – alcuni fondi, tra cui Turrianum (l’odierna Torrenova) e Cardariola (l’attuale Carcaricola) vengono affittati in perpetuo alla diaconia di S. Eustachio.

916 – abbiamo il primo atto di concessione da parte della chiesa di un territorio dell’agro romano ad una famiglia incaricata di fabbricarvi un Castello e di difenderlo dagli invasori.

1321 – è la Basilica di S. Maria Maggiore ad entrare in possesso del fondo di Carcaricola (più tardi acquisterà anche Tor Bella Monaca e conserverà questi due fondi fino al 1800).

1420 – la famiglia Palosci vende a Cecco Rodi di Genazzano l’altra metà di Torrenova detta anche torre di Giovanni del Bove.

1452 – i Della Valle acquistano le due metà del fondo divenendone gli unici proprietari fino al 1562.

1562 (19 gennaio) – Cristoforo Cenci, alto funzionario dello stato pontificio, compra Torrenova da Faustina Della Valle, incorporando questa tenuta ad altre proprietà della famiglia Cenci vicine al fondo. Negli anni successivi Francesco Cenci acquista altre proprietà quali la Selvotta, Tor Carbone fino a che nel 1594 viene arrestato per vari delitti, ma si assicura la liberazione mediante il pagamento di forti somme che ottiene affittando il Casale di Torrenova al conservatore di Roma. In seguito va ad abitare nella sua Rocca Putrella in Abbruzzo, insieme a sua figlia Beatrice trattandola come una prigioniera. Questa situazione ha portato all’omicidio di Francesco Cenci da parte della figlia con la complicità del fratello Giacomo e dell’amante Olimpio Calvetti, che vengono decapitati al Ponte Sant’Angelo nel 1599 per volere di papa Clemente VIII.

1600 – due ordinanze di Clemente VIII autorizzano la vendita all’asta di Torrenova, che viene acquistata per 91.000 scudi da Francesco Aldobrandni, nipote di Clemente VIII. Sotto l’impulso di Francesco Aldobrandini, Generale di S. Romana Chiesa, e dei suoi eredi, il castello e le sue vicinanze vengono profondamente rinnovate, ricevono illustri visitatori tra i quali spicca papa Clemente VIII, che si reca più volte a pranzo da suo nipote.

1601 – iniziano i lavori di riparazione della via Labicana (l’attuale via Casilina) tra Roma e Torrenova, si ricostruisce il Castello e si erige una chiesa dedicata a S. Clemente sotto la direzione dell’Architetto Giovanni Fontana.

1602 – si porta l’acqua al casale dalla sorgente Botte di Luciano, che viene utilizzata per il laghetto detto bagno della bella Cenci. Successivamente oltre a Clemente VIII, anche la famiglia Aldobrandini si reca al Castello in villeggiatura.

1624 – Torrenova passa ai Borghese per le nozze di Olimpia Aldobrandini con Paolo Borghese, Principe di Rossano; dopo solo tre anni Paolo Borghese scompare e Olimpia sposa in seconde nozze Camillo Pamphili, nipote di papa Innocenzo X. Le nozze si celebrano nel Castello di Torrenova in cui Camillo rinuncia alla porpora, incorrendo nell’ira del papa. Negli anni 1652/72, il papa Innocenzo X e Olimpia si recano spesso a visitare Torrenova, si tratta infatti della famosa e famigerata donna Olimpia, bella, intelligente e astuta arrampicatrice sociale , oggi si direbbe ”bustarellara”.

1681 – Torrenova passa in eredità a Gianbattista Borghese, figlio unico del primo matrimonio di Olimpia con Paolo Borghese. Essendo questa tenuta per lungo tempo infestata dalla malaria, i Borghese sì limitano ad amministrarla da lontano, attraverso degli affittuari come Francesco Celter al quale succedono i fratelli Lenni nel 1824.

1848 – parte di Torrenova fu ceduta da Marcoantonio V Borghese al Municipio romano per istituirvi un’Istituto Agrario destinato agli orfani dell’ospizio di S. Maria degli Angeli. Purtroppo una terribile epidemia pone fine all’attività di questo istituto e allontana gli abitanti di questa tenuta fino a ridursi a poche unità.

1865 – la chiesa di S. Clemente fu restaurata e due anni dopo, Torrenova passa dalla diocesi di Frascati a quella di Roma. In questi anni il pianterreno del Castello e adibito ad osteria da due coppie di coniugi per alloggiare i viandanti che non potevano restare a lungo nella tenuta a causa della malaria.

Fine 1800 – quando un altro affittuario subentrò nella tenuta, una crisi economica costrinse i Borghese a vendere la maggior parte dei loro beni. Torrenova passa in parte, ad Anna Maria de Ferrari, moglie di un altro Borghese, Scipione, il quale realizza un primo piano di bonifica. Alla fine della prima guerra mondiale inizia lo smembramento dei possedimenti dei Borghese nella zona, da parte dei vicini.

1920 – i membri della famiglia Borghese formano una Società per la bonifica di Torrenova, acquistano le parti non espropriate, tranne il Castello e le vicinanze.

1923 – Anna Maria de Ferrari vende a Pio Migliorelli il Castello e le vicinanze, mentre la Società accelera le vendite dei terreni restanti ad alcuni acquirenti quali: Giuseppe Sbardella che acquistò terreni dall’attuale Raccordo Anulare al fosso della Torre e Parmigiani.

1928 – terminarono le vendite, data in cui la famiglia Borghese scompare definitivamente dalla tenuta, dopo la seconda guerra mondiale, dando origine ai recenti quartieri della zona.

Panoramica fine anni 50 def web

Fine 1950 – la veduta aerea indica le poche case insediate con molti spazi vuoti ancora da edificare e i tracciati delle strade sterrate che successivamente assumeranno la dicitura attualmente in uso, si noti l’area vuota dove, nel 1962 alla fine di via degli Orafi, è stata edificata la Chiesa della Resurrezione di N.S.G.C..

2010 – la veduta satellitare evidenzia, rispetto alla precedente,  i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquanta anni, la XVI Zona di Torrenova e Giardinetti oggi si compone di circa ventimila residenti.

 

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Dalla Preistoria a Lucio Fabio Cilone

Sparsi indizi e logiche deduzioni fanno ritenere che fin dall’età del ferro esistessero insediamenti umani nell’area della quale il territorio fa parte, ma di questo periodo non abbiamo notizie. La storia di Torrenova e Giardinetti inizia con quella di Roma e ne riflette nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, la vicenda bellissima ed eterna. Primi elementi storici sicuri dei quali disponiamo risalgono al III secolo a.C., quando la Zona era compresa nell’Ager Pupinius, o Pupiniensis, territorio della tribù Pupinia, una delle sedici tribù rustiche che si dividevano l’agro romano antico, posto a 8 miglia da Roma e sul confine della tribù Papinia, che era nell’agro di Tuscolo. In questo periodo la storia di Torrenova e Giardinetti è strettamente, anche se indirettamente collegata a quella delle guerre puniche; sappiamo che in questo territorio ebbero il loro patrimonio Attilio Regolo (299 a.C.) e Quinto Fabio Massimo (275 a.C.-203 a.C.), quì pose il campo Annibale (247 a.C.-182 a.C.), nel 211 a.C., dopo aver lasciato Gabii, si preparava alla sua solitaria ricognizione sotto le mura di Roma. Inoltre Fabio Massimo poté riscattare dai Cartaginesi alcuni prigionieri romani solo vendendo le sue proprietà nell’Ager Pupinius, poiché il senato gli rifiutò i fondi richiesti in quanto i soldati che non si erano battuti fino alla morte non meritavano il riscatto e non ne valevano il prezzo.

Sono tre i personaggi di tutto rispetto che tengono a battesimo Torrenova e Giardinetti:

attili regolo 1

fabio massimo

annibale

Attilio Regolo

Fabio Massimo

Annibale

I personaggi sono due generali romani che impersonificavano ciascuno una delle qualità fondamentali di ogni buon generale: “il coraggio di Attilio Regolo”, partecipa alla prima guerra punica, viene eletto due volte console e censore, nel 218 a.C., fa parte dell’ambasciata inviata a Cartagine per domandar ragione dell’aggressione a Sagunto, che fu causa della seconda guerra punica. A seguito della sconfitta romana nella battaglia del Lago Trasimeno, viene eletto dittatore, durante il suo mandato seguì Annibale, puntando al suo logoramento mediante una tattica di guerriglia cercando di stremarne le forze, da cui l’appellativo Cunctator, (Temporeggiatore); “la prudenza di Fabio Massimo”, membro di una di quelle famiglie plebee che nel III secolo a.C. avevano acquisito una posizione di preminenza nella gestione della cosa pubblica, egli era giunto al culmine del cursus honorum proprio poco prima dello scoppio della prima guerra punica. Console nel 267 a.C., aveva condotto vittoriosamente la guerra contro gli abitanti del Salento. Già prima della guerra  contro i cartaginesi, Attilio Regolo aveva acquisito quel particolare prestigio di cui  godevano. Le circostanze lo  rimisero  in gioco  nel 256 a.C., in  piena guerra con Cartagine; infine,”Annibale”, che alle due prime qualità di Attilio Regolo e Fabio Massimo, univa anche un’astuzia tutta fenicia. E’ stato un condottiero e politico cartaginese, famoso per le sue vittorie durante la seconda guerra punica, marciando dalla Spagna, attraverso i Pirenei, la Provenza e le Alpi, scese in Italia, dove sconfisse le legioni romane. La seconda guerra punica terminò con l’attacco romano a Cartagine, che costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 204 a. C. dove fu definitivamente sconfitto nella Battaglia di Zama, nel 202 a. C.. Annibale è considerato uno dei più grandi strateghi della storia. Polibio, suo contemporaneo, lo paragonava a Publio Cornelio Scipione Africano, altri lo hanno accostato ad Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone.

 

Sarcofago di Marco Aurelio Prosenate 1

Sarcofago di Marco Aurelio Prosenate 2

Sarcofago di Marco Aurelio Prosenate 3

Foto 1

Foto 2

Foto 3

 

 

Al periodo tra il primo e il quarto secolo d.C., risalgono importanti reperti archeologici della zona, tra i quali meritano una citazione almeno i seguenti: Un bel sarcofago (Foto 1, 2 e 3), conservato entro Villa Borghese, presso la Porta Flaminia, la cui epigrafe, inscritta in una tabella sostenuta da due personaggi alati,  fu scoperta nel 1830 a mezzo miglio dal Castello di Torrenova, ci fa conoscere il nome del proprietario: Marco Aurelio Prosenas, (III secolo, regno Caracalla) un funzionario imperiale dell’inizio del III sec. d.C..

Valerio Prisco 1

Valerio Prisco 2

Valerio Prisco 3

Foto 4

Foto 5

Foto 6

Il sepolcro di Publio Valerio Prisco (I secolo), parte dell’epigrafe , (Foto 4, 5 e 6) con molti pezzi del monumento, giacciono presso il vicino casale delle Due Torri.

 

cornice monumento curvilineo

Statua di Elios

Cornice di monumento curvilineo

Piccola fetta rimasta della Tenuta

 

Tutta la zona ha restituito testimonianze di epoca romana, oltre a numerosissimi frammenti di decorazioni architettoniche, relativi soprattutto a monumenti funerari, si rinvennero un bellissimo  sarcofago  con  la  raffigurazione  del  mito  di Atteone, conservato al Museo del Louvre, una lastra con Artemide Kourotrophos, oggi a Villa Borghese, la statua di Elios, rinvenuta nel 1769 dal Visconti anch’essa al Louvre. Nel 1834, all’interno della tenuta di Torrenova, zona detta la Giostra (oggi Vermicino), fu scoperto un grande mosaico, risalente al periodo tardo-imperiale (verso l’anno 320). Nel mosaico è raffigurato l’epilogo del combattimento tra il gladiatore Astivus, che giace a terra morente col piede poggiato sul suo ampio scudo, e il gladiatore reziario Astacius, in procinto di sferrare il colpo mortale col proprio pugnale, il pugio. Ancora oggi il mosaico decora il pavimento di un salone del Museo Borghese, ospitato nell’omonima villa. Torrenova è stato tra i più noti casali del territorio romano. Il nome deriva dalla torre massiccia che domina il quadrilatero fortificato, tutto riedificato in piena età medioevale e poi ancora nel XVI secolo su di un luogo che certo ebbe continuità di vita almeno fin da età repubblicana. La tenuta, assai vasta fino al primo quarto del XIX secolo, si estendeva dal fosso di S. Maura, sulla via Casilina, fino alla strada Cavona, e dalla Tuscolana alla Prenestina, comprendendo numerosi appezzamenti, tra i quali famosi quelli di Mompeo, di Torre Angela, di Grotte Celoni, di Rocca Cenci, di Valle dei Morti e della Giostra. Nell’VIII secolo il territorio costituì la massa Calciana del patrimonio Labicano, i cui fondi sono notati nel regesto di Gregorio II. Proprietà successivamente dei Colonna dei Rodi di Gennazzano e dei Della Valle. Il fondo appartenne agli inizi del XV secolo alla famiglia Palosci; nel corso del ‘400 alcune parti della tenuta furono assegnate a diversi proprietari finché nel 1562 fu riunita nel possesso dei Cenci. Nel XIV-XV secolo la torre è ricordata come « Casalis Turris Io(hannis) Bove q(uod) nunc dicitur Turris Nova». L’aspetto tardo-medioevale del complesso, anteriore alla ricostruzione moderna di G. Fontana, ci è dato dalla Carta di Eufrosino della Volpaia, in cui compare un arco posto a cavaliere e controllo della strada Labicana e Casilina, serrato tra due masse di casali posti ai lati, dei quali quello di sinistra è costituito da un’alta torre. Assunse il nome attuale probabilmente in occasione dei restauri ed ampliamenti ordinati da Clemente VIII (1592-1605) della famiglia Aldobrandini ed effettuati da G. Fontana tra il 1600 e il 1605. A seguito di vicende giudiziarie che coinvolsero la famiglia Cenci il fondo fu acquistato nel 1600 dagli Aldobrandini; nel XVI secolo appartenne ai Borghese che la tennero fino ai primi del ‘900. Dall’epoca di Fabio Cilone in poi, fino a quasi i nostri giorni, la storia di Giardinetti è caratterizzata dall’appartenenza mai interrotta alla tenuta che faceva capo alla villa, poi torre, poi castello di Torrenova.

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Ponte di epoca romana II secolo a.C.

giardinetti - Sito D definitivo

Sotto via della Massa Calciana, passa un ruscello, detto il “Fosso del Giardino”, mediante un antico ponte (riquadro blu), in opera quadrata di tufo rosso, di epoca repubblicana, o forse tardo-monarchia, che potremmo riferire al II secolo a.C., pur se rifatto in un secondo tempo.

La via Casilina Vecchia (oggi via della Massa Calciana, linea gialla), passando sul ponte, è leggermente divergente dalla direzione antica, e del tutto diverso è l’orientamento del tratto precedente, dato che la via antica è rettilinea e questa risale il lato sinistro del fosso.

ponte del II secolo a. C.

Ponte, anni 50

Pianta del Ponte

Il ponte è ad un’arcata di 4,9 m. di luce, largo 5,2, aumentati a 5,8 m. per quanto l’asse si presenta obliquo al corso dell’acqua. L’arco è estradossato di 14 blocchi alti 121 cm.. Sull’arco del ponte è infisso un anello, che serviva forse in altri tempi a legare il cavallo all’abbeverata. Al lato del ponte è stato smantellato il monumento eretto da Clemente VIII nel 1602, che ricordava il restauro del ponte. A valle del ponte, sulla sinistra del fosso, si conserva l’argine, pure in opera quadrata, che fa da spalla alla via vecchia: è costituito da 4 ordini di blocchi, pure di tufo rosso.


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Parte dell’arcata

Vista del Ponte lato Sud

Attualmente alcuni importanti particolari del ponte sono irriconoscibili, essendovi stata costruita sopra una soletta di cemento per allargare la sede stradale ed è in gran parte coperto da scarichi, sterpaglie  ed è poco visibile, tanto è vero che passa del tutto inosservato. Sarebbe opportuno fare dei lavori di bonifica per renderlo individuabile, visto che è il più antico manufatto esistente sul territorio.

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Antica via Labicana (oggi via Casilina)

Via_Labicana


La via Labicana fu una delle più antiche strade romane. Probabilmente esisteva come sentiero sin dai tempi preistorici. La sua prima testimonianza storica è dell’anno 418 a.C. quando il dittatore Quinto Servilio Prisco conquistò la città di Labicum (Montecompatri).

La via Labicana nasce come un percorso alternativo all’antica via Latina. Infatti le due strade si congiungevano nel punto Ad Bivium a ovest del passo del mons Algidus (monte Artemisio). Ma mentre la distanza da Roma restava uguale, la via Labicana si manteneva su un percorso più a valle che raramente si copriva di neve. Iniziava dal Foro romano, nella suburra si separava dalla via Salaria e saliva con via in Selci sull’Esquilino, per scendere verso porta Esquilina. La via Labicana usciva dalle mura Serviane dalla porta Esquilina, poi usciva dalle mura Aureliane dalla porta Labicana (porta Maggiore). Nel primo tratto fuori le mura seguiva la via Prenestina poi seguiva l’attuale via del Pigneto, congiungendosi al percorso dell’attuale via Casilina presso piazza della Marranella. Proseguiva attraverso la campagna romana in direzione sud est seguendo il percorso dell’attuale via Casilina fino al VII miglio (Torrenova), poi arrivava a Tor Forame (Borghesiana) dove incrociava  l’antica via Cavona (via di Vermicino), raggiungeva infine la stazione di posta di ad Quintana (Colonna), dopo seguiva un percorso non coincidente con strade moderne. Probabilmente passava per l’antica città di Tusculum collocata nel territorio della moderna Frascati. Al XV miglio incontrava l’osteria di Labico Quintanense un antico borgo medioevale. Finiva a Labicum (Montecompatri) sulle pendici settentrionali dei Colli Albani, congiungendosi poco oltre con la via Latina. Sin dai tempi dell’antica Roma fu prolungata verso sud congiungendosi con la via Latina, da li la via Latina/Labicana attraverso la valle del Tolerus (Valle del Sacco) giungeva fino a Casilinum (l’odierna Capua), per cui nel Medioevo il suo nome antico si sotituì con quello di via Caslina.

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Complesso archeologico a nord di via Casilina al Km. 11,4

giardinetti - Sito B def dettagli

A Nord del km. 11,4 della via Casilina, sono visibili alcuni ruderi e resti vari, una serie di rovine. Facendo riferimento alla foto satellitare, i singoli resti sono contraddistinti da numeri. I ruderi attualmente visibili sul terreno sono i seguenti: due costruzioni quadrate di 4,75×4,75, riquadro 2 giallo e 5,05×5,35 m. di lato, riquadro 1 giallo. Le costruzioni sono in calcestruzzo di selce, con malta-chiara assai tenace e moltissime inclusioni.

Foto 7

Foto 8

Il primo rudere, riquadro 2 giallo, Foto 7  e 8, presenta mura spesse 90 cm., 97 sul lato meridionale ove vi è un passaggio largo 110 cm., apertogli nel 1929 per adattamento ad abitazione. La costruzione è alta 2,6 m. sul p.d.c. e conserva la volta di copertura. Il calcestruzzo delle sue strutture risulta essere stato alzato in tre piani di posa. Oggi il rudere è all’interno di un rivenditore di materiale edile, ricoperto completamente da rami secchi ed è poco visibile.

SEPOLCRO

sepolcro-2-bis

Foto 9

Foto 10

La seconda costruzione, riquadro 1 giallo, Foto 9 e 10, ha mura spesse 130 cm. ed un varco, pure sul lato meridionale, largo 185 cm.; è alta 220 cm. sul p.d.c.. Potremmo forse riferire tali costruzioni a piccole cisterne, ed entrambe le aperture ad adattamenti per abitazione in età più recente; oppure un rudere ad un sepolcro, l’altro ad una cisterna. Su indagine effettuata negli anni sessanta, nella zona affioravano sul terreno un’altra fondazione in calcestruzzo di selce, della quale si notava il lato meridionale lungo 5-6 m. Inoltre, vi erano grandi accumuli di basoli di selce, punto 4, relativi probabilmente all’asse viario che univa Bovillae (Frattocchie) a Cenina (Ponte Mammolo), linea blu, mentre quella gialla era l’asse viario di Via Labicana (l’attuale Via Casilina).

 

Foto 11

foto 12 – paramento in opera reticolata

 

Seguendo il taglio tramviario, nel suo ramo più settentrionale, punto 7 e Foto 11, è tagliato subito al disotto del p.d.c. un grosso rudere quadrangolare in calcestruzzo di selce (ancora oggi visibile), lungo circa 6 m. ed alto quasi 2 e che doveva svilupparsi ortogonalmente verso Sud; nelle vicinanze un’altra costruzione muraria in calcestruzzo compariva un pavimento in cocciopesto, lungo circa 5 m.. Alla distanza di 1 m. da questo, si vedeva un angolo in muratura, pure in calcestruzzo. Altro materiale, non più visibile, punti 5 e 6: un’altra muratura in calcestruzzo, è parzialmente scoperta una tubatura, che corre in direzione quasi Est-0vest, a 90 cm. al disotto del p.d.c.; ci sono altre costruzioni cementizie, e sul lato Sud un pavimento in opera spiccata. Nel taglio effettuato dal ramo più meridionale della linea tramviaria, si vedono sezionate altre strutture: nei punti 9 e 10, si vedono muri in calcestruzzo di tufo. Nel punto 8, resti più consistenti mostrano ancora il paramento in opera reticolata di tufo. In particolare, appare una fronte di circa 12 cm., che fa angolo verso Sud-Ovest, Foto 12. Il reticolato è estremamente curato e certamente riferibile ad età augustea.

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Antica conserva d’acqua I/II secolo d.C.

giardinetti-sito-e-defin

Veduta Satellitare di Via Alenda e incrocio di Via Giuseppe Romagnoli, dove è situato un casale ristrutturato incorporato ad una cisterna, riquadro blu, sicuramente si può definire “un’antica conserva d’acqua”, risalente al I secolo, forse al II d.C..

Fig. A

Foto 13

Foto 14

Già nota al Rosa, al Lanciani, all’Ashby, consta di un corpo rettangolare di 10,1 x 6,4 m. di lato, ed è munita di contrafforti esterni, due dei quali posti anche sugli spigoli orientali, riprodotta nella Fig. A. I contrafforti sono stati ripresi dalle murature moderne, e su di essi s’imposta a ballatoio la costruzione moderna, Foto 13 del 1958. I muri sono spessi 80 cm., gli speroni da 76 a 88, lunghi 81 cm.. A 5, ove il terreno risale, ad Est e a Nord (dei quali 30 cm. di risega), ove il terreno scivola a valle. La costruzione è in calcestruzzo di tufo, con paramento laterizio color rosa-giallino, Foto 14, duro e compatto, misto a grani di pozzolana, ed alto da 3,5 a 4 cm. il modulo di 3 mattoni e di tre malte è di 16-18 cm.. La risega inferiore dei pilastri, alta 137 cm. sul p.d.c. (360 cm. tutto completo) presenta specchi di reticolato di tufo rosso, di 6,5-6,7 cm. di lato, modulo obliquo di tre tasselli e di tre malte di 23 cm.. Per i suoi dati tecnici, la cisterna può essere datata al I secolo, forse al II. Subito ad Ovest della cisterna, ove s’imposta la scala moderna che dà accesso al piano superiore del fabbricato, sporgono di 6 cm. un muretto largo 32 e, a 1,9 m. dalla cisterna, l’angolo di un ambiente posto sullo stesso allineamento ortogonale, con muri spessi 58 e 62 cm. un muro trasversale, rilevato a pelo di terra, sembra unire questa costruzione alla prima descritta. Tutti questi muri s’alzano appena sul terreno e sono in opera reticolata. Attorno, sia sul pianoro a monte che a Ovest ed a Nord della costruzione, sono portati in superficie dalle arature blocchi parallelepipedi di travertino, tra cui vi erano un blocco intero di 90 x 60 x 18 cm. di lato e un’architrave di porta, Junga 128 cm. di fronte esterna, 76 di fronte interna, profonda 110. Inoltre grossi frantumi di cocciopesto; una gran quantità di tegole, di laterizi, di grossa ceramica in pasta rosata, compatta; ceramica arancione, campata, raffinata. Molti i basoli a Sud, a valle del gradone che ivi forma il terreno e che segna ancora il tracciato dell’antica strada passante in questo luogo: i basoli, di selce, misurano per lo più 60-70 cm. di assi di facciata, 37 cm. di profondità di cuneo, da questo luogo, di un bollo laterizio di età severiana. Sul posto, a valle della cisterna, fu trovata una vasca circolare in muratura, rivestita di piombo.

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Le Due Torri XIII secolo d.C.

Le due torri in sat

A Nord di via Casilina al Km 11, alla fine di via dei Ruderi di Torrenova, sono situate le Due Torri del XIII secolo. Tra il XII e XIII secolo, fanno la loro comparsa le torri di segnalazioni e di avvistamento,  con funzioni di vedetta sui colli e sui punti strategici di controllo. Servivano come loggia per osservare il panorama e avevano funzione di difesa come ponti o strade principali, l’altezza della torre, allora, proteggeva dai sassi lanciati dal basso e facilitava l’attacco dall’alto.

Foto 13 – Torre B

Foto 14 – Torre B

Foto 15 – Torre A

Non è dato di sapere esattamente quando furono edificate due torri simili collocata, evento raro, a soli 25 metri di distanza l’una dall’altra. Tali costruzioni, situate su un fondo di cui si parla già nel 1420 e che poi fu incorporato nella tenuta di Torrenova, debbono datarsi alla prima metà del XIII secolo. Oggi è ben visibile la prima torre, Foto 13, 14 e riquadro blu, spaccata e scoronata, che all’epoca doveva essere alta circa 20 metri e nella quale possiamo notare feritoie e fori nelle travature. Della seconda torre, a nord della prima, resta ora solo la parte inferiore, Foto 15 e riquadro giallo. Ad una cinquantina di metri ad Est vi sono dei resti di una costruzione a due piani con una stanza inferiore a volta. Secondo uno storico potrebbe trattarsi dei resti di una chiesa medievale, è più probabile che si tratti, almeno originariamente , di una tomba romana.

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Il Castello e una piccolissima parte rimasta della Tenuta di Torrenova

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Veduta Satellitare di una piccolissima parte rimasta della Tenuta di Torrenova, nel riquadro blu, si vede il Castello con al suo lato sinistro la chiesa di San Clemente, in quello giallo si intravedono i resti del Bagno della Bella Cenci, sulla sinistra, linea rossa, si vede il percorso del ruscello il Fosso del Giardino che passa sotto ad un ponte antico di origine romana, che potremmo riferire al II secolo a.C., presente in via della Massa Calciana.

 

Il Castello oggi

1900, il Castello

La Torre del Castello

 

Nelle immediate vicinanze dell’area dove attualmente sorge il Castello di Torrenova, vi era un antico edificio romano, appartenente quasi sicuramente, insieme ad una vasta tenuta, a Fabio Cilone, intimo amico dell’imperatore Settimio Severo e istitutore dei suoi figli Caracalla e Geta, Console e Prefetto di Roma dal quale ha preso il nome Grotta Celoni, (anticamente detta Cryptae Cilonis). E’ noto che a Roma ci sono molti quartieri che prendono il nome da una torre di origine medievale. Uno di essi è Torrenova, ma in questo caso, con varie aggiunte, mura e fabbricati, assume il carattere di un vero e proprio castello. Un recinto merlato con contrafforti angolari racchiude una poderosa torre quadrata, a guisa di maschio, alta una ventina di metri, coronata a sua volta da merli a coda di rondine.

 

Il Ninfeo “della bella Cenci”

Il Ninfeo oggi

resti delle mura di cinta del Castello

 

Dal complesso si distacca una chiesa rinascimentale, dedicata a S. Clemente in onore del pontefice Clemente VIII. A circa 200, metri in direzione Nord-Ovest, c’è anche un piccolo parco privato, dal palazzo si vedono i resti di un pregevole ninfeo del XVI secolo, detto il Bagno della Bella Cenci; consistono in un’isoletta circondata da un canale e collegata con un ponticello ad una ricca stanzetta un tempo ornata di sculture in peperino, da pitture e da graffiti, già estremamente deteriorate alla fine del XVII secolo. All’Archivio della Soprintendenza alle Antichità di Roma si conserva la notizia del rinvenimento del ninfeo in questo luogo nel 1921.

 

Foto 15 frammento  candelabro età flavia

Foto 16 frammenti pertinenti al Ninfeo

1927, veduta del Castello

 

Come proveniente dal ninfeo, oltre a pezzi di scultura, un frammento di candelabro di marmo bianco, Foto 16,  di età flavia e testa pertinente alla decorazione del ninfeo, Foto 15, ornato di foglie d’acanto fiorito , alto 40 cm., del diametro di circa 19 cm.. Sembra che in epoca tardo romana la zona non fosse meno popolosa di oggi. Nel XIV-XV secolo la torre è ricordata come « Casalis Turris Io(hannis) Bove q(uod) nunc dicitur Turris Nova». Nel 300 era degli Orsini, un secolo dopo dei loro acerrimi rivali, i Colonna. L’aspetto tardo-medioevale del complesso, anteriore alla ricostruzione moderna di G. Fontana, ci è dato dalla Carta di Eufrosino della Volpaia, in cui compare un arco posto a cavaliere e controllo della strada Labicana e Casilina, serrato tra due masse di casali posti ai lati, dei quali quello di sinistra è costituito da un’alta torre. All’inizio del 500 era dei Capranica che, nel 1562, la vendettero a Cristoforo Cenci. Nel 600 avvenne un fosco fatto di cronaca, in seguito al quale Francesco Cenci fu assassinato e nel delitto vennero implicati i suoi stessi figli, tra cui la bellissima Beatrice. Assunse il nome attuale probabilmente in occasione dei restauri ed ampliamenti ordinati da Clemente VIII (1592-1605) della famiglia Aldobrandini ed effettuati da G. Fontana tra il 1600 e il 1605. A seguito di vicende giudiziarie che coinvolsero la famiglia Cenci il fondo fu acquistato nel 1600 dagli Aldobrandini; nel XVI secolo appartenne ai Borghese che la tennero fino ai primi del ‘900. Dall’epoca di Fabio Cilone in poi, fino a quasi i nostri giorni, la storia è caratterizzata dall’appartenenza mai interrotta alla tenuta che faceva capo alla villa, poi torre, poi castello di Torrenova. La tenuta, in un primo tempo di proprietà ecclesiastica, come tanta parte della campagna romana, fu a lungo contesa tra le principali famiglie baronali romane, data la sua posizione strategica, tra la città di Roma e la valle del Sacco, chiave del “Regno del Sud”.

 

Dipinto del 1714, il Castello, oggi visto da via Toraldo

Dipinto del 1871, il Castello, oggi visto da via T. di Torrenova

 

Tornando al nostro castello, in seguito al processo, i beni patrimoniali della famiglia Cenci, tra cui  Torrenova, furono confiscati  dalla Camera Apostolica, finendo, forse non casualmente, alla famiglia Aldobrandini. Giovanni Fontana, architetto degli Aldobrandini, venne incaricato, in una sorta di “damatio memoriae” dei Cenci, di rifare completamente il castello, di cui non resta più nulla dell’epoca medievale.


Con l’occasione venne eretta anche la chiesa, dedicata a San Clemente, e sotto il timpano si legge ancora l’epigrafe latina (SEDENTE CLEMENTE VIII PONT OPT MAX) che ricorda papa Aldobrandini (1592-1606) il cui cardinal nipote fece fare la celebre villa di Frascati, pochi chilometri più su.

 

1927, via Casilina e l’incrocio di via di Torrenova

la vecchia osteria al Castello

 

Nei pressi del castello, oltre all’osteria, destinata anche al cambio dei cavalli, c’erano due torrette di guardia, (oggi scomparse) dato che qui confluiva un percorso proveniente dalla Prenestina, l’odierna via di Torrenova.

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I Cenci

La tenuta di Torrenova fu acquistata nel 1562 da Cristoforo Cenci il cui figlio Francesco vi incorporò tre altri fondi vicini: le pediche di San Matteo, delle Forme e del Torraccio. La prima era già posseduta dalla Chiesa di S. Matteo in Merulana, la seconda doveva il suo nome alle “forme” (Arcacci) dell’acquedotto alessandrino e fu venduta a Francesco Cenci dai creditori dei fratelli Bellomo che se l’erano divisa; la terza aveva preso il nome del rudere romano e medievale situato in via Rocco Pozzi e impropriamente detto “il Torraccio”. Nel giro di pochi anni Francesco Cenci era riuscito ad ingrandire il modesto patrimonio lasciatogli in eredità dal padre Cristoforo, estendendo il suo dominio su vaste aree della Campagna Romana. Una di queste comprendeva gran parte dell’attuale zona di Torre Angela ed era denominata Tenuta di Torrenova. Nonostante la breve permanenza di Francesco Cenci a Torrenova, a lui si attribuisce il primo radicale mutamento che ha investito quest’area della Campagna Romana sin dall’epoca medievale: la costituzione alla fine del Cinquecento dell’immenso ed unitario latifondo di Torrenova. Nel giro di appena otto anni (1562-1600) Francesco Cenci riuscì ad inglobare all’originario e modesto casale medievale di Torrenova un tale numero di proprietà, che il latifondo si estese dai 258½ rubbia iniziali a 925 rubbia nel 1600. Ad eccezione di altre annessioni territoriali di poca importanza, Torrenova manterrà l’assetto impostogli dal Cenci fino a tutta la prima metà del XX secolo. Sposato a soli quattordici anni con Ersilia Santacroce, appartenente ad una della famiglie della grande nobiltà romana, non potè mettere la testa a partito per il semplice fatto che era già profondamente corrotto, irrecuperabile, come diremo oggi. Rimasto vedovo con numerosi figli, si risposò con Lucrezia Petroni, appartenente al ceto che oggi definiremo borghese, alla quale affidò i due figli che, per loro disgrazia, gli erano rimasti in casa, Bernardo e Beatrice. Quello che per ora è sufficiente e necessario dire per comprendere quanto accadde è che Francesco era affetto da un vero e proprio delirio di onnipotenza e non conosceva ostacoli alla sua volontà: era, insomma, una specie di superuomo ante litteram. Il guaio, tuttavia, non consisteva tanto in questo in sé e per sé, quanto nel fatto che la sua volontà era rivolta esclusivamente al male: qualunque e comunque, purchè fosse male. Quando si sia detto che era avaro, violento e immorale non si è detto nulla, o quasi, per il semplice motivo che avaro, violento e immorale era oltre ogni limite, tanto che anche i suoi contemporanei, che pure ne combinarono e ne videro combinare di tutti i colori, si scandalizzarono e provarono nei suoi confronti odio, paura e disprezzo. Passando da un delitto all’altro, da una violenza all’altra, senza più la protezione del potente e troppo compiacente genitore, Francesco conobbe anche la prigione e se potè sfuggire alla condanna alle galere fu solo per la sua posizione sociale e grazie a generosi indennizzi alle vittime della sua violenza e ad ancor più generose bustarelle che finirono per esaurire le sue enormi ricchezze, costringendolo infine a fuggire da Roma e a cercare rifugio nel castello di Petrella Salto (di proprietà dei Colonna, patroni dei Cenci) dove fu ucciso dai familiari, esasperati dalle sue violenze, a conclusione di un complotto di cui Beatrice fu l’anima. Beatrice giovane e bellissima, divenne vittima simbolica della giustizia spettacolare romana e per il popolo una martire da venerare. Il suo mito ancora oggi affascina e incuriosisce, basti pensare al presunto ritratto di Beatrice, opera del contemporaneo Guido Reni, e alle “Cronache italiane” di Stendhal, nelle quali ampio spazio e appassionata partecipazione vengono dedicate alle vicende dei Cenci e di Beatrice in particolare, prototipo dell’eroina romantica, a quattro secoli dalla loro vicenda. Si narra che quando il papa Clemente VIII sentenziò la pena di morte contro Beatrice e i suoi fratelli, tutto il popolo si schierò dalla parte dei giovani poco più che fanciulli, ottenendo una proroga di 25 giorni che doveva servire per organizzare una difesa. Nonostante alcuni dei migliori avvocati romani si assumessero il compito delicato di difendere  gli  eredi Cenci, il pontefice  non volle sentire ragioni e all’alba dell’11 settembre 1599 decretò la morte per tutti i membri della famiglia,  risparmiando solo il piccolo Bernardo,  che tuttavia venne costretto ad assistere al massacro.

Presunto ritratto di Beatrice Cenci attribuito a Guido Reni, 1599

Il Castello oggi

Statua di Beatrice Cenci di Harriet Goodhue Hosmer, 1857

Secondo alcune fonti l’accanimento del Papa nei confronti degli eredi della casata Cenci, ebbe motivazioni ben più profonde che non il semplice e legittimo desiderio di perseguire il parricidio. Dopo l’assassinio di Francesco Cenci e l’esecuzione di Beatrice Cenci e dei suoi fratelli, la tenuta di Torrenova fu messa all’asta nel 1599 e fu acquistata da Giovanni Francesco Aldobrandini, la cui nipote Olimpia la lasciò per eredità nel 1681 al suo primo marito, Giambattista Borghese. Su commissione dell’Aldobrandini venne costruito anche un condotto per far arrivare acqua corrente al castello dalla sorgente Botte di Luciano, acqua che servì anche ad alimentare il famoso Bagno della Bella Cenci, probabilmente voluto dallo stesso principe e non come molti ancora affermano da Francesco Cenci, visto che la costruzione del Bagno avvenne dopo le note vicende della famiglia Cenci. Il Bagno doveva essere abbellito da varie statue, di queste rimaneva già poco all’epoca, ad eccezione di pochi frammenti scultorei e di un busto di zampognaro con tracolla, su cui si potevano ancora scorgere resti di capelli o barba.

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Gli Aldobrandini

Furono una nobile famiglia originaria di Firenze, che in seguito si sparse in Italia, soprattutto nelle Marche. La famiglia si arricchì nel Trecento, grazie ai commerci internazionali ed alle attività finanziarie che in quell’epoca avevano in Firenze una delle piazze più attive in Europa. Il mercante Benci Aldobrandini si sposò con Madonna Giovanna degli Aldobrandini, nata Altoviti, una donna molto pia ed abituata a fare molta beneficenza, che la rese molto amata dalla gente. Quando morì la popolazione le tributò grandi onori in odore di santità. A lei è intitolata la piazza della Madonna degli Aldobrandini a Firenze (”madonna” secondo l’italiano antico, non riferito a Maria, madre di Gesù). In seguito la famiglia si divise in più rami (dei Bellincioni, di Lippo, e dei da Madonna), che si dispersero per via dei cattivi rapporti con la famiglia Medici, stanziandosi nelle Marche, a Roma e in altri luoghi. La casata fu celebre soprattutto nel ‘500 perché molti membri ebbero brillanti carriere sia nel campo del diritto e dell’umanesimo, sia in campo ecclesiastico. Da Silvestro Aldobrandini, avvocato fiorentino, governatore di Fano e Lisa Donati, nacquero i cardinali Giovanni e Ippolito, quest’ultimo salito al soglio pontificio nel 1592 con il nome di Clemente VIII. Questa elezione innalzò ulteriormente il prestigio della famiglia, anche se il papato di Clemente VIII è controverso per alcune ombre come le condanne di Beatrice Cenci (forse anche per incamerare i beni dei ricchi Cenci), e di Giordano Bruno. La tenuta e il castello di Torrenova furono messi all’asta il 23 novembre 1600, valutati 200.000 scudi, furono aggiudicati per 91.000 a Giovanni Aldobrandini, generale di S. Romana Chiesa e nipote di Clemente VIII. Questo fatto attizzò le voci sulla presunta, voluta ingiustizia della condanna di Beatrice e dei suoi familiari, che avrebbe avuto lo scopo di favorire i parenti del papa e la loro bramosia di ricchezze: in altre parole, i Cenci sarebbero stati depredati per arricchire gli Aldobrandini. Non sappiamo quanto vi fosse di vero in questa diceria, ma essa fu così diffusa e trovò tanto credito, anche a distanza di secoli, che qualche cosa di vero dovrà pur esserci stato. Non crediamo che il Clemente VIII papa, uomo timorato di Dio, abbia pilotato il processo verso la condanna o abbia negato la grazia al Cenci solo per poterne espropriare i beni a vantaggio dei suoi familiari; ma è probabile che Clemente VIII uomo, zio affettuoso e debole, abbia favorito il nipote una volta che la giustizia aveva seguito il corso che avrebbe dovuto comunque, e ce ne dispiace per Beatrice, seguire. Dal canto suo il papa-zio seguì con affetto e sollecitudine l’impresa del nipote, recandosi ben sei volte, tra il 1601 e il 1604, ad ispezionare i lavori ed a pranzare al castello; si spinse fino ad ordinare, nel 1601, il rifacimento di via Labicana (antico nome della Casilina) tra Roma e Torrenova, obbligando tutti i proprietari di terreni situati lungo la strada a collaborare alle spese. Il malcontento fu grande, ma va riconosciuta a Clemente VIII la saggezza di aver saputo coniugare interesse pubblico a interesse privato; a mascherare il secondo sotto vesti del primo, il che agli effetti pratici non cambia nulla. Eh, già… Tempi di papi nepotisti, vien fatto di pensare osservando castello, chiesa e ninfeo (o quello che resta); tempi che una sapiente critica storica ha bollato d’infamia. Meno male che sono passati, già facciamo fatica a mandare in rovina questi: e se ci avessero lasciato qualche monumento in più…? Dopo la morte del papa però i suoi discendenti morirono e nel giro di pochi anni la casata rimase senza eredi. Molto severo fu il giudizio di Antonio Muratori, che criticando l’esecuzione di Giordano Bruno, vedeva un segno della giustizia divina nella scomparsa della famiglia Aldobrandini: «Morì Papa Clemente, sono morti i cinque nipoti che avevano altri due cardinali fra loro; mancarono tutti i maschi di quella casa e mancò finalmente con essi ogni successione ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio». Alcuni rami comunque continuarono ad esistere. A Firenze la famiglia si estinse nel 1861.

La Torre oggi

La Chiesa di San Clemente

Papa Clemente VIII

Impegnato a fianco del papa anche nelle questioni militari e politiche, il principe Francesco Aldobrandini dopo aver fatto costruire il Castello di Torrenova e l’adiacente chiesa per sé e la sua famiglia, fu costretto ad abbandonare questi luoghi per andare a combattere contro i Turchi in Ungheria. Il 17 di settembre del 1601, a Warasdin in Croazia, il principe cadde in battaglia lasciando una giovane consorte e una dinastia ancora forte e fiorente. Olimpia Aldobrandini, donna attiva ed energica, prese in mano le redini della famiglia e decise di ingrandire la già florida proprietà di Torrenova con l’annessione nel 1607 del fondo di Casa Calda e dieci anni dopo dell’ultima porzione della proprietà di S. Matteo, in buona parte già inglobata da Francesco Cenci a Torrenova tra il 1578 e il 1592. Dall’unione di Giovanni Francesco e Olimpia, nacquero cinque maschi e due femmine. Deceduta il 28 aprile 1637 Olimpia Aldobrandini “vide mancare l’uno dopo l’altro quattro figli senzacchè il quinto potesse ammogliarsi”. Al principe Giovanni Giorgio Aldobrandini, si deve l’11 maggio 1637, l’ultima acquisizione degli Aldobrandini a Torrenova, il casale di Tor Vergata di Taddeo Barberini permutato con i casali Falcognano, Sancta Serena et Porta Medaglia ereditati dallo stesso principe, “ad effectum unendi et incorporandi pro maiori ipsorum utilitate et commoditate que non solum resultabunt ex faciliori cultura et fruitione casalium vicinorum et unitorum sed etiam ex cessatione difficultatum quae oriri solent circa transitus et accessus ad praedicta casalia Turris Novae et Turris Vergatae”. Ancora una volta la casata degli Aldobrandini ebbe cura di consolidare le proprie ricchezze in quest’area dell’Agro Romano, poco lontana dalla città di Roma avvicinando le proprie terre a quelle della famiglia nella zona di Frascati. Con queste ultime annessioni, nella prima metà del Seicento Torrenova raggiunse la sua massima estensione territoriale, preparandosi a sostenere con le sue ricchezze l’altra grande casata romana che di lì a pochi anni sarebbe succeduta nei possedimenti, i Borghese. L’ultimo dei sei eredi Aldobrandini, Ippolito, ascese al soglio cardinalizio il 19 aprile 1621. Con la sua morte avvenuta a Roma nel 1638 si estinse il ramo principale della dinastia Aldobrandini e tutte le ricchezze passarono all’unica erede rimasta, sua nipote Olimpia juniore (1623-1682) principessa di Rossano, figlia del fratello Giovanni Giorgio. La giovane Olimpia sposò in prime nozze Paolo Borghese (1624-1646) nipote del pontefice Paolo V, ma rimase vedova giovanissima e nel 1647 contrasse un secondo matrimonio con Camillo Pamphili (1622-1666). Quest’ultimo per unirsi alla giovane, con profondo dispiacere dello zio, il pontefice Innocenzo X e dei parenti tutti, nel 1647 rinunciò alla porpora cardinalizia. Si narra che la madre del cardinale, Olimpia Maidalchini, apprendendo la notizia del matrimonio del figlio “diede pubblico sfogo in tutte le maniere al suo vivo malcontento. Invano il papa cercò di calmarla. Né lei né Innocenzo X assistettero al matrimonio di Camillo con Olimpia Aldobrandini  che  si celebrò, in tutta quiete il 10 febbraio 1647 a sei miglia da Roma nella villa di Torrenova. La giovane coppia si ritirò subito nel castello di Caprarola e poi a Frascati.

 

Papa Innocenzo X

“Donna Olimpia” Olimpia Maidalchini

Stemma Aldobrandini

 

Olimpia Maidalchini, si tratta infatti della famosa e famigerata donna Olimpia, bella, intelligente e astuta arrampicatrice sociale e bustarellara che, dopo il matrimonio con Pamphilio, riuscì a portare il fratello, cardinale Giambattista, al soglio pontificio col nome di Innocenzo X; dopo di che più nessuno a Roma potè contrastare la potenza di quella che è stata la donna più odiata dai romani dai tempi di Romolo in poi. Ovvio che a Roma molto si malignasse su papa Innocenzo e sulla bella e onnipotente cognata: ma, molto probabilmente, non solo di malignità si trattò. Dagli Aldobrandini il castello passò attraverso complicate vicende di matrimoni ed eredità, a Gianni Battista Borghese, figlio primogenito di Paolo Borghese. Olimpia Aldobrandini morì nel 1682 lasciando al primogenito i beni della sua casata, ossia l’intera tenuta di Torrenova e il principato di Rossano e al secondogenito l’eredità dei Pamphilj. Per altri due secoli il castello di Torrenova e la chiesa di S. Clemente vivranno all’ombra della ricchezza e dell’influenza della potente casata Borghese, mantenendo inalterato il loro fascino e la loro storia.

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La Chiesa di San Clemente

A Giovanni Francesco Aldobrandini si deve anche la commissione di una cappella rurale, adiacente il palazzo signorile, dedicata a S. Clemente in onore del pontefice suo zio Clemente VIII.

 

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La Chiesa di San Clemente

Interni della Chiesa

Il portale “sprangato” della Chiesa

 

Secondo la testimonianza di uno dei maggiori studiosi di quest’area, Giuseppe Tomassetti, la chiesa rinascimentale di S. Clemente, anch’essa opera dell’architetto Giovanni Fontana, sarebbe stata costruita su un edificio antico, di cui però oggi non sono visibili i resti. A navata unica con due cappelle laterali, secondo la testimonianza di Padre Coste la chiesa nel 1965 conservava ancora su un arco lo stemma del papa Clemente VIII ben visibile, varie pitture murali che potevano risalire con ogni probabilità all’epoca della costruzione, sul fondo nell’area absidale un baldacchino con sopra la raffigurazione di “Dio Padre con globo e angeli”, sull’altare un quadro “dal senso incerto: scena campagnola con in mezzo un papa che prega, in alto un agnello. Sulla destra una sagrestia bassa con copertura a volta”. La chiesa custodisce ancora oggi sul frontone, in memoria del papa, l’iscrizione SEDENTE CLEMENTE VIII PONT OPT MAX. La chiesa di S. Clemente nel Seicento fu di pertinenza del capitolo di S. Giovanni in Laterano e insieme alla basilica dei Ss. Pietro e Marcellino, fu l’unico edificio religioso situato lungo la Via Labicana, in quest’area dell’Agro Romano al confine con Frascati. La piccola cappella rurale di  S. Clemente venne visitata nel 1655 dal pontefice Alessandro VII impegnato in visite pastorali alle chiese della Campagna Romana, a testimonianza della sua importanza nella rosa delle chiese presenti nell’area circostante Roma. La presenza della famiglia del pontefice Clemente VIII a Torrenova, ha indotto alcuni studiosi a pensare che in questi luoghi il papa stesso avesse commissionata una magnifica villa e avesse portato dalla basilica lateranense colonne di marmo pregiate destinate alla chiesa a lui dedicata. Allo stato attuale degli studi tuttavia non vi sono testimonianze attendibili che convalidino la presenza di una villa papale nell’area. Nel 1817 ancora in sito nella chiesa di S. Clemente si potevano ammirare marmi pregiati con decorazioni magnifiche, oltre ad un’urna sepolcrale con testa leonina, in seguito trasformata in fontana e visibile ancora oggi nel cortile del casale.

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I Borghese

Nobile famiglia italiana originaria di Siena. Nel XIII secolo numerosi membri della famiglia prestarono servizio per lo stato senese e per la Chiesa in qualità di giuristi, condottieri e ambasciatori; a partire dal XVI secolo, i Borghese si trasferirono a Roma dove accrebbero la loro ricchezza, il prestigio e l’influenza sulla vita politica della città. Nel XIX secolo una delle famiglie appartenenti al casato svolse un ruolo di primo piano nelle relazioni diplomatiche franco-italiane. L’esponente di maggior spicco fu Camillo, divenuto papa nel 1605 col nome di Paolo V. Dal soglio pontificio Paolo V elargì numerosi favori ai membri della sua famiglia: uno dei nipoti, Marcantonio II (1601-1658) – capostipite del ramo attuale della famiglia Borghese – venne nominato principe di Vivaro e di Sulmona. Scipione Caffarelli (1576-1635), altro nipote del papa, fu creato cardinale e divenne un personaggio influente all’interno della Chiesa; protettore di Gian Lorenzo Bernini, fece costruire la famosa villa Borghese a Roma, nella quale raccolse numerose opere d’arte. In seguito a un’abile politica matrimoniale, i Borghese si imparentarono con altre importanti famiglie, fra cui gli Orsini, gli Aldobrandini e i Salviati, accrescendo la loro ricchezza ed estendendo le proprietà fondiarie. Marcantonio IV (1730-1800) riprese l’opera di patronato artistico di Scipione, facendo rinnovare il parco di villa Borghese. Il ramo senese del casato continuò a svolgere un ruolo importante all’interno della Chiesa, soprattutto grazie a tre esponenti della famiglia ordinati cardinali: Pier Maria (1600-1642), Francesco (1697-1759) e Scipione (1734-1782). Camillo (1775-1832), figlio di Marcantonio IV, sposò nel 1803 Maria Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, con il quale il principe Borghese mantenne ottime relazioni politiche; divenne governatore dei dipartimenti francesi in Italia e fu lui a vendere allo stesso Napoleone una gran parte della collezione d’arte di famiglia, che comprendeva numerosi pezzi attualmente esposti al Louvre. Morto senza eredi Camillo, il titolo di principe Borghese passò al fratello Francesco (1776-1839), quindi, in linea diretta, al figlio di questi Marcantonio V (1814-1866) e infine al nipote Paolo (1844-1920) e ai suoi eredi. Il 20 febbraio 1683 Giambattista Borghese prese possesso di Torrenova.

 

Giambattista Borghese

Papa Paolo V

Stella di papa Paolo V

 

Da questo momento le notizie del castello e sulla tenuta sono relativamente più scarse, ma non abbiamo motivo di ritenere che i Borghese se ne disinteressassero. Prova ne siano gli scavi che, durante il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, portarono alla luce quei tesori d’arte. Possessori di immensi territori, contando fra i più ricchi proprietari terrieri dello Stato Pontificio e d’Italia, i Borghese non potevano né volevano curare personalmente le loro terre e anche Torrenova, come altri loro possedimenti, fu data in affitto. Va d’altronde ricordato che la nobiltà romana, come quella napoletana e siciliana, era aliena da ogni forma di attività che non fosse la guerra e la politica, a differenza, ad esempio, delle nobiltà toscana, veneta e inglese, che dalle attività agricole e commerciali avevano tratto ricchezza, potenza e titoli. Una data da ricordare, per motivi di ordine civile e sociale, è il 1848, quando don Marcantonio V Borghese cedette al Municipio della Roma repubblicana il territorio tra Torre Maura e Torrenova, che fu destinato ad un Istituto Agrario per gli orfani dell’ospizio di S. Maria degli Angeli; istituto che fu mantenuto in vita dalle autorità pontificie, ma che fu chiuso nel 1853, quando morto per malaria il direttore don Luigi Cecchini e ammalatisi anche gli istruttori, i ragazzi fuggirono. Nel 1865 fu restaurata, a spese dei Borghese, la chiesa di San Clemente, ma ormai la storia illustre del castello volgeva alla fine. A cavallo dell’inizio del nuovo secolo una crisi economica colpì anche le fortune dei Borghese e Torrenova passò in proprietà di Annamaria de Ferrari Borghese, moglie di Scipione Borghese e nuora del vecchio proprietario, Paolo. Del periodo 1909-1914 è la bonifica di Torrenova e di altre terre dei Borghese, opera del principe Scipione.

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Dai Borghese ai……..borghesi

Nel 1919, con l’occupazione delle terre da parte dei contadini, suonò per il grande latifondo laziale la campana a morte e iniziò lo smembramento dei beni dei Borghese. Il 29 marzo 1923 Pio Migliorelli acquistò il castello e parco circostante: anzi, per l’esattezza, quello che allora era un parco, tenuto a pini, lecci e altri alberi d’alto fusto, e che ora è un brillante, si fa per dire, esempio di desertificazione pianificata che tuttavia, miracoli dell’italica burocrazia, di parco ha mantenuto il nome. Da allora la tenuta di Torrenova rimase in mano ai Borghese fino alla fine della prima guerra mondiale. Fu divisa, infatti la pedica delle Forme fu acquistata nel 1923 con il resto dell’unità di Tor Bella Monaca da Romolo Vaselli che vendette nel 1954 e 1955 il terreno, immediatamente lottizzato, dell’attuale Arcacci. L’unità Torraccio, fu comprata nel 1922 da Giuseppe Conforti che nel 1936 la divise tra i suoi figli. Uno di loro, Manlio, ricevette la parte ad ovest della piazza del Torraccio e cominciò a vendere già dal tempo dell’ultima guerra. La vera lottizzazione, però, non ebbe luogo prima del 1951-1952 e da essa sono nate le vie adiacenti alla via del Torraccio, nonché Via Selene, Dionisio, ecc. Per questa nuova borgata fu scelto dal proprietario, per motivi personali, il nome di “Andrè” sostituito in seguito da quello storico di Torre Angela. Verso gli anni dal 1950-1952 un nipote di Giuseppe Conforti, Pietro, figlio di Agostino, vendette a lotti la zona di Montesanto a nord della ferrovia (Via Toraldo, d’Ambra, Prinzivalli, Rosini). Passato dai Borghese ai borghesi, il castello si è avviato ad una malinconica decadenza, la chiesa sta crollando, circondata da una discrezione ammirevole, e il ninfeo, antico, nobile bagno, è oggi volgare cesso di discarica. Mi astengo da commenti: tanto è eloquente la realtà che ogni commento impallidirebbe al confronto. Una cosa, tuttavia, mi sia concesso dire: se lo spirito di qualche Colonna o Cenci, Aldobrandini o Borghese aleggia ancora intorno a Torrenova, non potrà non ripetere con Tomasi di Lampedusa e il suo don Fabrizio: “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”. L’intero complesso, benché tutelato con vincolo monumentale, appare in decadenza: gli intonaci mal tenuti, gli infissi malandati e le finestre della chiesa dissestate. La chiesa, benché antica, è perennemente sprangata. La tenuta dei muri sbreccati, consente l’accesso a un grande prato incolto, vasto una decina di ettari, con qualche albero superstite. Sicuramente il castello di Torrenova meriterebbe un trattamento migliore, dato che si tratta di un bene culturale importante, forse il più prezioso dell’intero VI Municipio.

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